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Pubblicate, pubblicate. A qualcosa servirà

Open data, ovvero tutti i numeri dell'amministrazione pubblica messi sul web. L'onda è partita, e imprese e cittadini possono sapere molto di come è gestita la cosa pubblica. Sempre a patto di capirci qualcosa
Pubblicate, pubblicate. A qualcosa servirà

Dire che se tutti i dati sui finanziamenti della Regione Lazio fossero stati online Franco Fiorito non si sarebbe potuto comportare come ha fatto è un po’ troppo. Però è vero che la trasparenza può essere un deterrente contro traffici sottobanco, maggioranze che invece di governare pensano solo a spartirsi il bottino con il silenzio complice delle opposizioni. Di fondo c’è bisogno di etica, senso delle istituzioni, rispetto della “cosa pubblica”.
Ma visto che in Italia tutto questo è presente in scarsa misura, allora ben vengano anche gli open data, la pubblicazione sul web dei dati in possesso della Pubblica amministrazione in formato chiaro, leggibile e riutilizzabile. Dei tanti filoni dell’agenda digitale è probabilmente uno dei meno conosciuti.
«Eppure», fa notare Stefano Quintarelli, imprenditore ed esperto delle questioni legate alla rete, «gli open data ci sono già. Pensiamo alle norme pubblicate dalla Gazzetta ufficiale che poi ripubblicate e commentate da Sole 24 ore e altri editori diventano un business».
Possedere un efficiente sistema di open data significa fare decisi passi avanti nella trasformazione della Pubblica amministrazione in una casa di vetro.
Oggettivamente difficile. Però già oggi tramite il vostro pc potete tenere d’occhio l’attività dei parlamentari. Pochi lo sanno, ma visitando parlamento.openpolis.it è possibile avere un aggiornamento quotidiano sui lavori delle due Camere e sapere cosa fanno onorevoli e senatori.
Per esempio, chi è stato l’ultimo parlamentare a cambiare casacca? Risposta: Giorgio Stracquadanio, ex pasdaran del Pdl oggi passato al gruppo misto. Assenze e presenze sono scrupolosamente rilevate (lo sapevate che Emma Bonino è fra i senatori più assenti in aula col 62%?), così come i voti espressi durante le votazioni.
Quante volte il singolo onorevole ha votato in modo differente dal suo partito? 1.344 volte su oltre 5.000, per esempio, per Manfred Pinzger (Udc-Svp): che abbia sbagliato gruppo?
Volendo, si può seguire il proprio deputato monitorando atti parlamentari e argomenti. Noioso, certo, ma se la “politica costa” anche la democrazia dal basso non è un pranzo di gala. Anche per gli open data i rischi però esistono.
Il decreto sull’agenda digitale, finalmente approvato, parla genericamente di dati. Questo significa che dataset (le cifre relative a un argomento) presenti sul sito di Milano non è detto che possa trovarli su quelli di Bologna.
Se poi ogni ente può pubblicare ciò che vuole, può anche occultare le cifre e i contenuti che non si vogliono fare conoscere. Milano è partita con un occhio alle esperienze precedenti. Così, per esempio, ha messo online i dati relativi ai veicoli che si muovono nell’area C (quella a traffico limitato), quelli sulla popolazione divisi per zone e le proiezioni sulla popolazione straniera che abiterà in città nei prossimi anni. Anche a Firenze ci sono i numeri relativi alla popolazione, ma si fermano al 2010. Se volete, però, ci sono le presenze femminili nel carcere di Sollicciano dal 1999 al 2010. I dati poi non sono uniformi, per formato e caratteristiche. E a volte si ha bisogno anche di un altro software per leggerli.

Il fiorire dei portali fai-da-te
Milano ha appena messo online decine di database municipali in un portale (dati.comune.milano.it), Torino ce l’ha da tempo come Firenze e Bologna. Ma è corretto avere un portale per città, più uno per regione?
E forse quello provinciale lo scampiamo. Stefano Quintarelli pensa di no. Tutt’altro che un talebano di Internet, soppesa le parole e fa passare qualche secondo di silenzio fra una frase e l’altra.
«Credo sia il caso di realizzare un serbatoio nazionale degli open data con uno standard per la pubblicazione dei dati».
Poi, se il singolo comune vuole, può aprire la propria pagina con i suoi dati, ma non serve avere tanti serbatoi differenti.
«La logica», aggiunge Quintarelli, «deve essere quella del motore di ricerca».
C’è il sito di Google, ma se vuoi con poche righe di codice lo piazzi dentro le tue pagine Web e le ricerche le fai direttamente da lì.
Dati.gov.it contiene 863 dataset provenienti da 44 pubbliche amministrazioni. Sullo stesso sito però c’è il censimento dei dataset italiani, che sono 3.085. Questo significa che oltre duemila bisogna andarseli a cercare uno per uno nei vari siti.
Ma i costi quali sarebbero?
«Sicuramente bassi», risponde Quintarelli , «ma dipende dalla profondità dei dati. Se esistono già in forma digitale il costo è minimo, in caso contrario diventa invece importante».
Ma a chi possono servire tutti questi dati?
«Non è possibile sapere a priori di quali dati ci sia necessità. Perché bisogna essere un esperto per immaginare cosa fare con certi numeri».
Per dire, le rilevazioni dei sensori antincendio collegati alla rete del gas in alcune case abitate da anziani in Trentino non servono tanto per i consumi, ma per capire se la persona mangia con regolarità (saltare i pasti è un segnale di depressione) oppure se ha qualche problema. Così si può intervenire con tempestività. E in Uganda la pubblicazione dei dati sulle performance degli ospedali, unita a un sostegno per le persone che dovevano inoltrare reclami sulle prestazioni, ha portato alla diminuzione di un terzo della mortalità nei bambini sotto cinque anni.
Insomma, pubblicate, pubblicate che qualcosa ne verrà fuori. Perché se ci sono dati ovvii – quelli sulla criminalità in città mi fanno scegliere la zona più tranquilla dove andare ad abitare compatibilmente con le mie finanze – ci sono altre idee anche di business che verranno in mente solo a chi si occupa a fondo di un determinato argomento.
L’Unione europea stima in 40 miliardi il valore di mercato degli open data. Esempio: negli Stati Uniti la diffusione dei dati meteorologici ha dato vita a un’industria con un canale televisivo, Weather channel, che 24 ore su 24 racconta l’evoluzione del tempo e altre esperienze simili. La danese Datamarket fornisce dati per ogni tipo di business e negli Stato Uniti Factual raccoglie le informazioni di decine di paesi. In Italia abbiamo start up come Spaziodati che cercano di fare business con gli open data. Iniziative al momento embrionali, anche perché i dataset italiani è da poco che circolano in rete. Ma ce n’è un gran bisogno: la geointelligence è un settore già avviato che si basa sui dati geografici per sviluppare rete di agenti e organizzare punti vendita.
Da una parte però i dati della Pa sono molto difficili da reperire e dall’altra molte aziende non hanno ancora capito il valore delle informazioni.
Amplifon li ha utilizzati per razionalizzare la rete di punti vendita sulla base del potenziale oggettivo di mercato. Così, anche in base ai dati demografici, sono state individuate aree e microzone dove concentrare lo sviluppo di nuovi negozi in funzione del potenziale e della penetrazione espressa ed effettuare una revisione dell’organizzazione della rete. In pratica hanno stabilito quanto poteva rendere il negozio piazzato in quella zona. I dati utilizzati erano quelli del censimento Istat, che spesso erano vecchi di anni.
Ora invece, grazie all’agenda digitale e a un adeguato sviluppo degli open data, ogni anno potremo sapere quanti siamo, dove siamo e chi siamo. Dove andiamo ce lo dirà qualcun altro.


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