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Vale più la cooperazione della leadership

Coltiviamo l’innata capacità di lavorare insieme, perché per far funzionare l'impresa non bastano le capacità del vertice aziendale
Vale più la cooperazione della leadership

Le società contemporanee predicano i meriti dell’individualismo, che esalta la dimensione competitiva fra le persone. Allo stesso modo, nelle imprese si afferma il principio della leadership quale valore assoluto. Il modello – per non dire il mito – di Steve Jobs è il segno più evidente di una tendenza a scorgere nell’impresa l’impronta di un protagonista dominante, che con i suoi atti e le sue scelte ne determina il profilo strategico.
Non c’è dubbio che nel linguaggio dell’aziendalistica d’oggi il riferimento alla leadership predomini su ogni altro valore o criterio. E ciò sia per quelle imprese che sono il risultato dell’opera del loro artefice – come appunto la Apple di Jobs o la Microsoft di Bill Gates – sia per quelle, pur dotate di una lunga storia, dirette da un manager.
Anche Sergio Marchionne, non a caso, pone continuamente l’accento sulla leadership, sulla capacità di guida come primo e fondamentale requisito del ruolo manageriale.
Eppure, quanto da sempre tiene assieme ogni forma di organizzazione è la trama della collaborazione, fondata sulla capacità e l’attitudine a interagire con gli altri. Si tratta di una facoltà innata, che tuttavia richiede di essere coltivata per irrobustirsi e funzionare al meglio. Una condizione, questa, che appare oggi fortemente affievolita, mentre si va oscurando la comprensione che non soltanto la collaborazione è necessaria, ma che rappresenta una fonte di piacere per noi stessi e di arricchimento per la nostra vita sociale e lavorativa.
Il più recente e per tanti versi appassionante saggio del sociologo americano Richard Sennett (Insieme. Rituali, piaceri, politiche della collaborazione, tradotto pochi mesi fa da Feltrinelli) costituisce una sorta di atlante che consente di addentrarsi nell’esplorazione dei vantaggi e delle virtù della cooperazione, cioè della dote di stabilire legami sociali, sviluppando interesse, curiosità e senso di responsabilità verso gli altri.
Come già nel suo libro precedente, L’uomo artigiano, Sennett si inoltra nella storia e spazia nelle discipline e nei saperi per sostenere i suoi argomenti a favore di una vasta sperimentazione di modelli ed esperienze di cooperazione. In conclusione, Sennett invita ad andare al di là della mera nozione della solidarietà, la tradizionale risposta che viene data al problema della polarizzazione sociale e che si basa sulla contrapposizione fra «noi» e «loro».
Il rischio è che, se si insiste soltanto sul concetto della solidarietà, si possa accentuare ancora di più quel senso di isolamento relativo già scatenato dall’iperindividualismo di molte scelte economiche. Bisogna invece scommettere sul valore di merito che possiede la capacità di collaborare: proprio quest’ultima può ricreare quelle regole di scambio e di interazione da cui dipende in ultima analisi il senso di appartenenza a una comunità.
Nelle considerazioni di Sennett è contenuta un’importante lezione di metodo per quanto riguarda l’evoluzione delle forme d’impresa e dei loro assetti di governo.
Il suo libro ci aiuta a ricordare che nessuna impresa è mai il prodotto di una personalità singola. Anzi, il ruolo imprenditoriale e direttivo è tale soltanto quando riesce a consolidare la disposizione a cooperare fra i dipendenti, che devono poter riconoscere la necessità dei meccanismi del lavoro comune. Senza un tessuto di collaborazione, non si dà possibilità di fare impresa nel lungo periodo, quando inevitabilmente sarà venuto meno lo slancio vitale degli inizi e si tratterà di fare appello soprattutto alle ragioni comuni che tengono insieme un’organizzazione e la fanno durare nel tempo.
Una visione dell’impresa di questo tipo dovrebbe riaccendere l’interesse per il mondo della cooperazione, che dell’integrazione partecipativa del lavoro delle persone dovrebbe fare la propria missione specifica. Invece, per troppi aspetti il territorio dell’impresa cooperativa tende ad apparire come una regione opaca, quasi si trattasse di una forma aziendale meno sviluppata e perfezionata rispetto alle altre.
Può darsi che, da questo punto di vista, la cooperazione paghi l’eccesso di personalizzazione che la scena dei media tende ad attribuire alla vita economica, come se ci fosse sempre bisogno di protagonisti identificabili, dalla forte immagine pubblica, per caratterizzare le vicende e i problemi del sistema imprenditoriale. Inevitabilmente, invece, la cooperazione tende a spostare l’interesse su un quadro d’insieme, dove risalta più l’efficacia del lavoro di squadra che l’eccellenza del singolo.
Proprio per questo, frangenti di crisi acuta come l’attuale dovrebbero suggerire maggiore attenzione verso la forma cooperativa. Essa premia la responsabilità condivisa, la messa in comune delle esperienze e delle capacità, la valorizzazione del senso di responsabilità collettiva: tutte qualità che non solo servono alla continuità dell’impresa, ma rinsaldano la fiducia delle persone nello sforzo lavorativo che devono compiere insieme.


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