Pubblicato il 04 luglio 2012.
È una domanda ricorrente di questi tempi: a che età bisogna iniziare a pensare alla pensione, ad accantonare risparmi per integrare l’assegno dell’Inps e avere un tenore di vita (si spera) adeguato anche dopo aver smesso di lavorare?
Michele Cristiano risponde secco e tranquillo: «Dire che bisogna iniziare dalla nascita non sarebbe sbagliato. Ma senza esasperare il concetto, si potrebbe dire che prima si incomincia e meglio è».
L’idea che un neonato sia immediatamente e automaticamente (come succede con l’assegnazione del codice fiscale) iscritto a un fondo pensione complementare è un’idea abbastanza inquietante. Ma Michele Cristiano è l’amministratore delegato di Cattolica Previdenza, la compagnia del gruppo assicurativo veronese dedicata alla previdenza integrativa. Quindi sa, e anche bene, di che cosa sta parlando. Cerco qualcuno che possa, se non smentire, almeno mitigare la tesi di Cristiano tra gli esperti che hanno affollato l’appuntamento Giornate della Previdenza, organizzate a Milano dalla Covip, commissione di vigilanza sui fondi pensione. Tentativo fallito. Raffaele Capuano e Giuseppe Stanghini, rispettivamente direttore generale e commissario Covip, concordano in tutto e per tutto con l’amministratore delegato di Cattolica Previdenza.
«Con la riforma Fornero si è passati totalmente al sistema contributivo. La prestazione previdenziale non è più legata alla retribuzione: dipende da quello che il dipendente ha versato nell’arco dell’intera vita lavorativa, come pensione principale e come pensione integrativa. È logico, quindi, che prima si comincia a versare più si avrà alla fine», dice Capuano. «E questo ‘più’ servirà davvero, perché tra pensione e ultimo stipendio ci sarà una bella differenza, un gap che bisogna colmare con la previdenza integrativa, i fondi pensione, le soluzioni assicurative come i Pip», aggiunge Stanghini.
Ma questo gap non si riduce perché l’adeguamento automatico dell’età pensionabile alla speranza di vita allungherà il periodo di lavoro e farà crescere i contributi versati?
«Non è detto: le variabili da prendere in considerazione sono numerose. Già oggi, ma ancora di più in futuro, ci saranno periodi di lavoro e altri di non occupazione, con dei vuoti contributivi. È difficile calcolare il tasso di sostituzione, cioè che frazione percentuale sarà la pensione rispetto all’ultimo stipendio. Si sta ancora lavorando per ottenere un tasso medio, dopo la riforma Fornero», risponde Capuano.
Anche se la Covip e gli altri esperti, dopo complicati calcoli, scoprissero che la differenza da colmare è molto al di sotto del 30-35% di cui si parla, bisogna comunque prendere atto che non esiste alternativa al prima si comincia, meglio è. Il gap insomma ci sarà sempre.
La maggior parte di noi non l’ha ancora capito
Che fare allora? Neonati e adolescenti non guadagnano.
«Nessun problema», risponde Capuano. «Il genitore può iscrivere il figlio a un fondo previdenziale e versare lui le quote per il ragazzo . È una possibilità già presente nella riforma Dini del 1995…».
Possibilità sconosciuta ai più.
«Sì, è un altro esempio della mancanza di informazione e di comunicazione sui temi pensionistici», continua Capuano. «Covip organizza le Giornate della Previdenza proprio per attirare l’attenzione dell’opinione pubblica sui problemi legati alla cosiddetta seconda pensione, per fare capire quanto sia essenziale per tutti. Se ancora oggi solo una minoranza di lavoratori aderisce ai fondi è perché non si sanno le cose, non si conosce che cosa accadrà una volta usciti dal mondo produttivo. Noi siano una commissione di vigilanza e facciamo quello che possiamo nel campo della comunicazione. Ma ci vorrebbe uno sforzo di informazione capillare portato avanti collettivamente da tutti i soggetti pubblici e privati che operano nel campo della previdenza».
Comunque sia, la metà dei fondi pensione negoziali (quelli cioè riservati a determinate categorie di lavoratori) consentono di far aderire i figli o altri familiari al fondo, anche se quasi nessuno finora lo ha fatto. Il genitore che non ha questa possibilità può però sempre inserire il ragazzo in un fondo aperto o in un piano individuale pensionistico assicurativo.
Il programma iniziato dai genitori potrà essere continuato dal figlio in modo autonomo, trasferendo il montante accumulato nel fondo al quale potrà accedere attraverso la sua attività lavorativa.
Dopo otto anni d’iscrizione si ha la possibilità di ottenere un’anticipazione pari al 75% di quanto versato per acquisto o ristrutturazione della prima casa o per le spese sanitarie o sino al 30% per altre esigenze. E dal versamento al fondo pensione a favore di un figlio minore il padre può dedurre dalle tasse una somma massima di 5.164,57 euro l’anno.
Insomma, far aderire un figlio a una forma di previdenza complementare ha dei vantaggi. Visti i tempi, magari sarà problematico accumulare risparmio. Ma i figli meritano qualche sacrificio, o no?