Pubblicato il 05 luglio 2012.
Tre serate web tv, in diretta dalla “Libera università di Alcatraz”, un’enorme tenuta nel cuore dell’Umbria gestita da Jacopo Fo. La terza edizione del summit internazionale online Ecoshow ha avuto come tema centrale “ABC: Ambiente Bene Comune”: tre giornate dedicate a energia, risorse, territorio, acquisti consapevoli, casa ecologica, risparmio energetico, riciclo e riutilizzo…
Il tutto con la partecipazione di scienziati ed esperti internazionali (Elinor Ostrom, premio Nobel per l’economia 2009 appena scomparsa, ha rilasciato la sua ultima intervista proprio in questa occasione) insieme a gente dello spettacolo e giornalisti attenti all’ambiente.
Tra questi Marco Gatti, direttore di Espansione, che sul tema dell’auto del futuro ha animato un dibattito con l’assessore alla mobilità di Milano Pier Maran, l’economista Carlo Alberto Pratesi e lo scienziato e “startupper” Andrea Pirisi. Gli interventi sono visibili su www.espansioneonline.it/2012/06/ecoshow.
Tra le star di Ecoshow, Gunter Pauli, l’economista belga fondatore di Zeri (Zero Emission Research Initiative), che in quest’occasione ha rilasciato a Paola Emilia Cicerone l’intervista di cui qui trascriviamo i passi essenziali.
Lei ci insegna che «in natura non esistono disoccupati e neppure rifiuti. Tutti svolgono un compito e gli scarti degli uni diventano materia prima per altri». Ma di preciso, che cos’è la blue economy che lei teorizza?
«È l’evoluzione della green economy. In tanti hanno cercato di creare un’economia verde, fatta di prodotti e consumi sostenibili. Ma dopo molti anni di lavoro mi sono convinto che tutto quello che è buono per l’ambiente e per la nostra salute, è anche costoso. E non possiamo volere un sistema economico in cui solo i ricchi possono permettersi di spendere e rispettare l’ambiente mentre per gli altri, resta l’economia “sporca”. Viviamo in un mondo dove tutte le risorse sono limitate, salvo una: la nostra creatività. Ed è sulla creatività che dobbiamo contare, per creare innovazioni che non portino solo nuove tecnologie, ma anche nuovi modelli economici. Questo è la Blue economy: un nuovo modello che cambia il nostro modo di guardare alla produzione e ai consumi. Vogliamo che i prodotti migliori siano anche i più economici. Vogliamo far sì che ciò che compriamo contribuisca alle esigenze fondamentali di tutti, che i prodotti e i servizi che acquistiamo regolarmente contribuiscano alla costruzione di un capitale umano».
E lo possiamo fare anche in tempo di crisi?
«Dovremmo evolvere, come fa la natura, dalla penuria alla sufficienza e all’abbondanza. La natura evolve sempre verso l’abbondanza. Oggi tutto quello che i governi riescono a immaginare sono austerità e tagli dei costi. Ma non è possibile che in un momento di crisi riusciamo solo a pensare a fare di meno, mentre dovremmo trasmettere alla gente il messaggio opposto: fare di più con quello che abbiamo».
Secondo lei è la natura stessa a suggerirci come uscire dalla crisi?
«La natura è un’incredibile fonte di ispirazione, perché ci mostra che col tempo, applicando soluzioni creative, è sempre possibile evolvere verso il meglio. Pensiamo alla disoccupazione. In natura non esiste, tutti contribuiscono al meglio delle loro possibilità. Oppure pensiamo alle materie prime: in natura non esistono scarti o inquinamento. O meglio, ciò che è scarto per qualcuno è materia prima o fonte di energia per qualcun altro. La natura ci insegna a sfruttare in cascata nutrienti, energia e materiali. Ma c’è di più. La natura continua a semplificare il modo in cui produciamo e consumiamo. Pensiamo a quanti apparecchi oggi abbiamo che non servono. La natura ci insegna come farne a meno».
Per esempio?
«In natura tutto è basato sull’elettricità. Ma non esistono pile, non esistono reti o generatori a metano o petrolio
. Come è possibile? Noi abbiamo bisogno di batterie inquinanti, di estrarre litio dalle miniere per produrle, di estrarre il rame necessario per le reti, di produrre energia nucleare che pone il problema delle scorie. La natura è basata prima di tutto su un sistema a cascata interconnesso, e ci insegna a fare molto di più con meno, ad eliminare anche quello che ci sembra indispensabile come le pile, filtri, sistemi osmotici e tutte quelle apparecchiature che continuiamo a utilizzare e gettare via».
Dunque riusare i rifiuti come materia prima è uno dei concetti basilari della Blue economy?
«Il concetto stesso di rifiuto è un’invenzione umana. Nei sistemi naturali nessuno produce qualcosa che non serve a nessuno. Rendetevi conto… siamo così intelligenti e produciamo cose che non servono. E ci chiamiamo homo sapiens sapiens… dovremmo chiamarci Homo non sapiens, visto che non abbiamo idea di quello che stiamo facendo. Prendo come esempio uno dei progetti che stiamo sviluppando in giro per il mondo, di cui sono molto orgoglioso. Un progetto basato sull’utilizzo degli scarti di caffè. In una tazzina di caffè beviamo solo lo 0,2% della biomassa raccolta da un agricoltore in Kenya o Colombia. Il resto, il 99,8% è gettato via. Eppure oggi ci sono più di 20 città in tutto il mondo in cui questi scarti vengono utilizzati per coltivare funghi shitake, un alimento di alta qualità privo di colesterolo e di acidi grassi saturi. Funghi che vengono prodotti direttamente in città; in questo modo possiamo metterli sul mercato alla metà del prezzo dei funghi che vengono dalla Cina. E in città si creano posti di lavoro producendo cibo sano a prezzo contenuto. Questa è la Blue Economy: fare di più con quello che abbiamo».
Ma dopo aver raccolto i funghi, il fondo di caffè resta…
«Quel che rimane non è un rifiuto, bensì un prodotto ricco di amminoacidi che può essere utilizzato come alimento per animali. Quando preleviamo ciò che ci serve da una risorsa, anche i prodotti di scarto sono utili a qualcuno. Questo è un concetto base della Blue Economy. Facciamo un altro esempio. Le bucce di arancia. Se siamo così fortunati da avere la mamma che al mattino ci prepara la spremuta di arancia, avanzano delle bucce. Questi scarti sono ricchi in d-limonene, un ottimo detergente. Così quando bevo la spremuta posso anche fare il bucato: tutto quello che devo fare è spremere il d-limonene dalle bucce. Ma chi ci pensava? In questo modo, invece di utilizzare per detergenti quell’orribile olio di palma, un materiale che è biodegradabile ma che ha distrutto le foreste tropicali, possiamo utilizzare questo prodotto estratto dagli scarti degli agrumi, produrre detersivi meno dannosi per l’ambiente e creare molti posti di lavoro».
A proposito di lavoro, la blue economy può aiutarci anche a combattere la disoccupazione?
«Devo confessarvi che quando ho parlato del d-limonene per la prima volta in Europa, sedici anni fa, la maggior parte dei miei interlocutori mi ha considerato un po’ fuori di testa. Ma oggi in Brasile ci sono otto stabilimenti che estraggono d-limonene dalle bucce d’arancia, un altro stabilimento è stato appena aperto in Messico e ora siamo in trattative con importanti produttori di succo d’arancia. Mi chiedo sempre come sia stato possibile sopportare per anni, decenni, che le innovazioni introdotte nella nostra società servissero a eliminare posti di lavoro. E ora è sempre più difficile trovare lavoro perché siamo stati così efficienti da diventare inefficienti: non stiamo sprecando solo gli scarti, stiamo sprecando un terzo della nostra gioventù. E questo è immorale: è impossibile costruire una società sostenibile e creare un futuro a lungo termine senza mobilitare e coinvolgere i giovani, che ne sono la parte più creativa».
Ma si può davvero costruire un’industria sugli scarti?
«Pensiamo agli scarti di macellazione. Noi siamo ancora carnivori, ci piace uccidere gli animali e mangiare la carne. Personalmente sono vegetariano ma non voglio giudicare, se la gente vuole continuare a mangiare carne, bene. Però teniamo conto del fatto che a un chilo di carne corrisponde un chilo di scarti. Cosa ne facciamo in Europa? A causa della malattia della mucca pazza li bruciamo tutti… ma ci pensate? Li bruciamo! Invece in Africa, nel Benin e in Sudafrica, nel Sunday Center e a Città del Capo abbiamo cominciato a coltivare larve. Ossia mosche che trovano negli scarti della carne un terreno ideale per deporre uova da cui poi si sviluppano le larve. Le larve mangiano tutto, in tre giorni consumano un intero bovino e hanno un sistema digestivo così efficiente che producono proteine pulite, prive di virus o batteri che possono essere utilizzate a nutrire le quaglie, le cui uova servono poi a nutrire galline. Quindi abbiamo un alimento per quaglie e pollame creato da rifiuti animali, trasformati in un prodotto composto per l’80% da proteine di buona qualità. Ma queste larve hanno anche una saliva che è un disinfettante più efficace della tintura di iodio. E in Africa la situazione sanitaria è terribile, ci sono problemi di Aids e malaria, eppure ci sono molte più persone che muoiono a causa di piccole ferite non curate. Nei piccoli villaggi africani non c’è assistenza sanitaria, ma in compenso ci sono dei macelli che producono, su piccola scala, moltissimi scarti. Abbiamo calcolato che se convertissimo in proteine per alimentazione animale e disinfettante tutti gli scarti di macellazione proveniente dai macelli ufficiali in Africa produrremo tra 500 mila e un milione di posti di lavoro: solo in Africa, e solo con gli scarti di macellazione. Sono molto fiero dei due progetti che sono partiti in Africa, ma sono anche frustrato, perché ne sarebbero potuti partire a migliaia: in Africa ci sono tremila macelli».
E in Europa?
«In Europa continuiamo a guardare il nostro ombelico. Siamo molto orgogliosi del nostro ombelico. Vogliamo conservare quello che abbiamo, ma non possiamo farlo: dobbiamo metterci su un percorso evolutivo, dobbiamo evolverci, cambiare, innovarci. La Blue economy ci promette posti di lavoro, prodotti più economici, migliori condizioni di vita, utilizzando quello che abbiamo. Spero che i politici se ne rendano conto. Ma non credo che lo faranno. Devo ammettere che, mi dispiace, ma non sono riuscito a convincerli. Per questo voglio parlare ai giovani, la nostra la prossima comunità di imprenditori. I giovani non hanno esperienza e non hanno molti soldi: la condizione ideale per sviluppare innovazioni che cambieranno le regole del gioco. E Noi abbiamo bisogno di cambiare le regole del gioco. Dobbiamo creare una massa critica di creatività. I giovani hanno una caratteristica meravigliosa: sono impazienti, molto. E con questa impazienza, nella situazione attuale, credo che si possa dare forma a una nuova economia di cui abbiamo tanto bisogno, perché la società come è ora non è pronta per il ventunesimo secolo».
Giovani? Molto giovani, visto che lei scrive anche libri per bambini…
«Sono padre di cinque figli, così ho capito che sbagliamo quando diciamo che i bambini sono il futuro: i bambini sono il presente. Perché solo un ragazzino o una ragazzina intelligente possono far cambiare atteggiamento al papà o alla mamma. Un ragazzino che non capisce perché il papà debba consumare così tante pile, quando la balena può percorrere gli oceani dall’artico all’equatore, generando energia dal cibo per far circolare mille litri di sangue a ogni battito del cuore per ottanta anni. Quando un bambino capisce questo, non capisce perché discutiamo sull’energia nucleare, non capisce la nostra dipendenza dal petrolio, perché questa vecchia balena si sposta per gli oceani senza bisogno di pile o energia nucleare. Il bambino non va dai genitori a chiedere come fa la mela a stare sull’albero e a farsi spiegare la legge di gravità. Quello può trovarlo su internet. Chiede come ha fatto la mela ad arrivare lì. È lo spirito di cui abbiamo bisogno per superare la crisi economica: fare le domande di cui non abbiamo le risposte. La scienza è lì per darci le risposte, se siamo capaci di fare le domande giuste».
L’importanza dei beni comuni
In tempo di crisi, diventa importantissimo difendere i beni comuni, cioè le risorse utilizzate da più individui, da cui però qualcuno rischia di essere escluso perché l’accaparrazione da parte dei soggetti forti calpesta i diritti dei soggetti deboli. Si tratta di risorse naturali, come acqua o suolo, ma anche risorse tecnologiche come le strade, il software o le reti di comunicazione. Un argomento di forte attualità, tanto che è stato proposto anche come tema ai ragazzi impegnati negli ultimi esami di maturità. Il premio Nobel Elinor Ostrom era una vera autorità nel campo, e proprio a Ecoshow ha tenuto la sua ultima lezione, prima che un male incurabile se la portasse via. Una chiave per garantire a tutti l’accesso ai beni comuni, dice la scienziata, è «la cooperazione, che nei piccoli gruppi non è sempre presente, ma è possibile. Se vi è una comunicazione fra gruppi intermedi, magari anche grazie a Internet, c’è una buona possibilità che la cooperazione arrivi a una scala più ampia, perché si trasmette la fiducia e la cooperazione da gruppi più piccoli a gruppi più grandi».
Quel che resta del caffé
«In una tazzina di caffè beviamo solo lo 0,2% della biomassa raccolta da un agricoltore in Kenya o Colombia. Il resto, il 99,8% è gettato via», dice Pauli. «Eppure oggi ci sono più di 20 città in tutto il mondo in cui questi scarti vengono utilizzati per coltivare funghi shitake, un alimento di alta qualità privo di colesterolo e di acidi grassi saturi».
Riciclare i fondi di caffè è diventato ancora più difficile da quando sono incapsulati in cialde o capsule; per esempio, in una capsula di Nespresso ci sono tra 5 e 7 grammi di caffè rivestiti da un paio di grammi di alluminio. Nell’ambito della sua iniziativa Ecolaboration, per rendere più sostenibile l’industria del caffé, Nespresso con l’aiuto di Federambiente ritira le cialde usate e separa caffè e alluminio. Poi il Cial (Consorzio imballaggi alluminio) ricicla il metallo, mentre il caffè diventa un compost per la coltivazione di riso; dopo il raccolto, viene donato al Banco Alimentare. Intanto il consorzio Ese (Easy serving espresso) sta lavorando alla certificazione di una cialda standard che potrà essere gettata senza problemi nell’umido di casa. Di fatto è «il primo prodotto alimentare a larga diffusione compostabile», dice un portavoce del consorzio.