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De-motorizzazione, il tramonto dell’auto

Da settore trainante, ormai quello delle quattro ruote non è più "l'industria delle industrie". E bisogna prenderne atto
De-motorizzazione, il tramonto dell’auto

Da principio, nei mesi scorsi, si è trattato di poco più che un’impressione: le strade meno gremite di auto, un traffico urbano meno intenso e convulso, i mezzi di trasporto pubblico più affollati…
Poi è arrivata la conferma delle rilevazioni statistiche: nei primi quattro mesi del 2012 in Italia è circolato un numero minore di auto private. Lo dimostrano i dati dell’Unrae, l’associazione che raggruppa le case straniere produttrici di automobili, che indicano come il parco circolante italiano si sia ridotto da gennaio ad aprile di oltre 26 mila unità.
È il sintomo di una rivoluzione strisciante che sta modificando le nostre abitudini: usare l’automobile costa troppo. Sicché la usiamo meno per muoverci, come prova il fatto che le percorrenze medie si stanno riducendo. E c’è chi rinuncia ad avere l’auto perché, dopo aver ceduto quella vecchia, non ne acquista più una nuova. Intanto crescono le vetture targate nuove (le “km 0”) che prendono la via del mercato estero. In questa prima parte dell’anno, la loro quota è addirittura raddoppiata. Molti segnali fanno presagire come questa tendenza sia destinata a incrementarsi nel prossimo futuro. In maggio le immatricolazioni dei privati sono scese del 18,4% rispetto all’anno prima. Al loro interno è forte l’incremento delle vetture a basso impatto ambientale, a scapito di quelle a benzina e diesel: la quota del Gpl aumenta a un tasso superiore al 100%.
Naturalmente, ci sono diversi modi possibili di interpretare il cambiamento che l’Unrae battezza come “de-motorizzazione” (probabilmente sulla scia di “decrescita”). Si può invocare il rilancio della domanda interna, come appunto fa l’associazione, auspicando che il governo intervenga per il rilancio del settore dell’auto.
Ma è praticabile nella cornice di un’Europa colpita da una crisi che sembra rovesciare i termini della sua storia dal dopoguerra a oggi?
Certo, le politiche dell’austerità e del rigore, imposte da Bruxelles e adottate più o meno diligentemente dai governi deboli come il nostro, deprimono il mercato interno e inducono una flessione dei consumi che allontana le prospettive di ripresa. Ciò che si sta verificando non soltanto nelle aree più deboli d’Europa ma nel complesso del sistema continentale non è tuttavia un fenomeno congiunturale. Il mutamento nei confronti dell’automobile è la spia di una trasformazione che si va compiendo nei nostri comportamenti collettivi e che segnala probabilmente un cambio nelle forme e nei ritmi dello sviluppo.
L’automobile sta cessando di essere il bene-simbolo della nostra civiltà e del suo modello di consumi. Così come il settore dell’auto non costituisce più “l’industria delle industrie”, come la definì Peter Drucker verso la metà del secolo scorso, quando essa sembrava incarnare il modello organizzativo e imprenditoriale della società industriale.
Sta piuttosto diventando un sistema produttivo simile agli altri, mentre perde l’aura di eccezionalità che l’ha contornata fin qui. I processi tecnologici che incorpora non sono più studiati ed elaborati appositamente per l’auto, ma sono invece trasversali ai settori industriali. Le fabbriche d’auto sono divenute anch’esse snelle, come l’organizzazione produttiva che le caratterizza. Nell’impianto inglese di Sunderland della Nissan, uno dei più moderni d’Europa, l’anno scorso 5.400 addetti hanno realizzato oltre 485 mila vetture. Poco meno di quante se ne sono costruite in Italia, negli stabilimenti Fiat in (parziale) attività.
E ora Sergio Marchionne ha lanciato l’idea di dare in affitto le fabbriche Fiat, nella speranza che altre case decidano di produrre nel nostro Paese. È una mossa un po’ estrema, per rinviare quella soluzione finale di mettere mano a un drastico ridimensionamento dell’attività produttiva.
Difficile pensare che questo stop alla costante crescita delle auto in circolazione che ha caratterizzato la nostra storia possa essere una pausa, un ripiego in attesa di ritornare alla situazione precedente. Il mercato europeo dell’auto è in flessione strutturale, perché la popolazione invecchia, i consumi calano e la stessa offerta delle case automobilistiche, con la sua varietà e le occasioni di acquisto che presenta, finisce col rallentare la scelta del consumatore. Può darsi allora che la crisi del mercato italiano prefiguri una condizione tale da potersi generalizzare nei prossimi anni. Conviene capirlo per tempo e adattarvisi.


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