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Buoni maestri e vera crescita

Formazione e innovazione sono gli unici ingredienti in grado di far uscire l'Europa dalle sabbie mobili della crisi. Si deve passare, insomma, dal fiscal compact al growth compact. Puntando anche sulle persone giuste
Buoni maestri e vera crescita

Non è che la crisi sia un monolito che c’è oppure non c’è. Dall’estate del 2007, da quando cioè scoppiò in modo conclamato a partire dagli Stati Uniti, la crisi economica si è evoluta in vari modi, schiacciando via via diversi settori produttivi e sociali in maniera non omogenea, in differenti aree geografiche del globo.
Ma ormai non è più crisi globale, e neppure di tutti i paesi industrializzati, visto che il Pil di Stati Uniti e Giappone sta crescendo (rispettivamente del 2,3% e del 2,2%). È solo l’Europa insomma che non ha ancora trovato una sua via di uscita, divisa com’è tra chi ha puntato tutto sul fiscal compact (ovvero sull’immediato pareggio di bilancio di tutti gli Stati membri) e chi invece spinge per la rapida messa in atto di un growth compact, ovvero di misure per stimolare subito la crescita; anche a costo di sforare un po’ con i conti adesso, ma con la (quasi) certezza di vederli rimpinguare in un futuro molto vicino.
Al momento la sensazione è che ormai tiri un’aria propizia per un passaggio dal “fiscal” al “growth compact”. Il partito della spinta alla crescita vanta adepti eccellenti: innanzi tutto il governo Monti e il vertice della Bce, rappresentato da Mario Draghi; e poi il nuovo vertice della Francia appena uscito dalle elezioni di fronte a una Merkel indebolita all’interno, con il non indifferente appoggio di un peso massimo come Barack Obama, che nell’immediato ha davanti la battaglia elettorale contro il campione dei repubblicani Mitt Romney.

Capisco che adesso politici, statisti ed economisti siano tutti alla frenetica ricerca della bacchetta magica che faccia scattare fin dal trimestre in corso il segno + al Pil dell’eurozona. Ma se per il risanamento dei conti è necessario un orizzonte meno pressante di quello reclamato dalla Merkel, se non si vuole sfasciare tutto, anche per la crescita occorre guardare un po’ più in là del proprio naso. In economia di bacchette magiche non ce ne sono (o meglio, quelle che lo sembrano sono invariabilmente destinate a venir chiamate “bolle”, a posteriori). Vale quindi la pena di concentrarsi fin da subito solo su quegli investimenti che davvero si riveleranno driver di crescita solida e duratura.
La crescita non è un puro dato numerico: conta il quanto e il quando, ma soprattutto il come. La semina per il futuro prevede sforzi e investimenti concentrati su due direttrici principali: da un lato innovazione, e dall’altro formazione del capitale umano, quello già presente nel mondo del lavoro e quello in divenire. Solo da qui può passare il superamento del malessere diffuso e di questo senso di declino.

D’altronde non c’è niente da inventare, basta copiare bene quel che si fa all’estero.
Obama ha annunciato un programma di 1 miliardo di dollari per l’innovazione nel manufacturing attraverso la creazione di 15 istituti nel corso del 2013. Nel frattempo, il Manufacturing Institute, che guida il FabLab di Manchester (il primo ad aprire in Gran Bretagna, nel 2010) ha annunciato l’apertura di 30 FabLab in Gran Bretagna nei prossimi 8 anni.
Ma i buoni maestri abbondano anche noi, basterebbe seguirne le indicazioni. Mi viene in mente Rangone della School of Management del Politecnico di Milano, che pochi giorni fa ha dimostrato come «entro il 2013 è possibile una riduzione del deficit per 19 miliardi di euro grazie a una riduzione di spesa e un aumento di produttività, con una crescita del Pil tra lo 0,69% e l’1,3%. Basta una spinta agli investimenti Ict della pubblica amministrazione e delle imprese, insieme allo sviluppo delle reti a banda larga sia fisse sia mobili».
Mario Monti lo sa, tanto che ha deciso di battersi affinché gli investimenti pubblici per la crescita, e in particolare quelli per la banda larga e l’agenda digitale, per i prossimi tre anni non debbano essere conteggiati ai fini dei vincoli del Patto di Stabilità Europeo.
Un primo segnale concreto, a costo zero, potrebbe essere porre ascolto alla potente voce che si è alzata in Rete a favore della nomina di Stefano Quintarelli alla presidenza di Agcom, l’autorità garante delle comunicazioni. In meno di una settimana, oltre diecimila firme (vedere su Twitter all’hashtag #Quinta4President), una vera lobby diffusa a sostegno di un esperto vero, uno che ha costruito la storia di Internet in Italia fin dalla fine degli anni ’80, invece di un dinosauro di nomina strettamente partitica. Qualcosa si è mosso, tanto che uno schieramento parlamentare trasversale ha annunciato il suo sostegno alla candidatura di Quintarelli invitando gli altri parlamentari a indicare non solo i nomi che sceglieranno, ma a motivare e documentare le ragioni della propria scelta.


Marco Gatti
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