Pubblicato il 04 maggio 2012.
Non è una novità, ma è la ricetta vincente. Stiamo parlando dell’efficienza energetica che per paesi come l’Italia – che importa l’85% delle fonti primarie (principalmente idrocarburi) per un costo annuo di circa 62 miliardi di euro – è da sempre un obiettivo irrinunciabile per i vantaggi in grado di generare. A livello di sistema paese ma anche di bilanci aziendali e familiari. Ridurre l’import di petrolio e gas, soprattutto di questi tempi con l’euro indebolito e i prezzi del barile alle stelle, significa migliorare sia la bilancia dei pagamenti sia la sicurezza delle forniture; maggiore efficienza vuol dire contenere insieme agli esborsi di imprese e famiglie anche le emissioni di gas serra, consentendo all’Italia di raggiungere gli obiettivi assegnati; e vuol dire, tagliando i costi di produzione, favorire la competitività dell’industria nazionale.
Come è intuibile, gli spazi di manovra per incrementare l’efficienza sono ampi e molti interventi – si pensi alla sostituzione delle lampadine tradizionali con quelle a basso consumo – sono semplici e poco costosi. Con il Piano di azione per l’efficienza energetica presentato all’Unione europea nel 2007, l’Italia ha fissato come target nazionale per il 2016 un taglio del 9,6%, superiore al 9% richiesto a tutti gli stati membri dalla delibera comunitaria del 2006.
L’appuntamento non ci ha trovati impreparati. Tradizionalmente, tra i paesi industrializzati, ci siamo sempre collocati ai primi posti nella classifica dei virtuosi, con consumi per abitante minori della media europea. I dati elaborati dall’Enea per il 2009 indicano infatti un consumo pro capite finale di energia pari a 2,4 tonnellate equivalenti di petrolio (tep, la misura di calcolo dei risparmi adottata dalla Ue) rispetto a una media europea di 2,7 tep. Né sono mancate le leggi e gli strumenti per supportare l’efficienza energetica. Anzi, su quest’ultimo fronte l’Italia è stata innovativa. Con i decreti Bersani e Letta (del 1999 e del 2000) abbiamo introdotto per primi i “certificati bianchi” o “titoli di efficienza energetica”, creando un mercato dei servizi energetici come successivamente richiesto dalla normativa comunitaria. I decreti hanno individuato nei distributori di energia elettrica e gas (quelli con almeno 100mila clienti serviti) i soggetti “obbligati” a conseguire risparmi energetici, assegnati e quantificati di anno in anno in misura crescente, presso l’utente finale. Dalla riduzione di 200mila tep prevista per il 2005 si è arrivati ai 6 milioni di tep assegnati per l’anno in corso. Possono inoltre fare richiesta dei titoli l’insieme dei distributori/venditori di energia non obbligati, le “esco” (le società che operano nei servizi energetici) e le imprese industriali e del terziario che investono in interventi di efficienza.
Detrazioni fiscali. Ma fino a quando?
Altri strumenti per favorire il risparmio energetico sono state le detrazioni fiscali (55%) introdotte nel 2007 per la riqualificazione energetica degli edifici esistenti; quelle (20%) per i motori elettrici ad alta efficienza e i regolatori di frequenza (inverter); gli incentivi per il rinnovo eco sostenibile di auto e autocarri fino a 3,5 tonnellate.
Grazie a questo buon quadro di sostegno i risultati – evidenziati dai rapporti annuali dell’Enea, che dal 2008 ricopre il ruolo di Agenzia nazionale per l’efficienza energetica – sono stati positivi, con risparmi quantitativi superiori ai target annuali fissati. I tagli più consistenti spettano ai consumi elettrici; seguono staccati quelli del gas mentre restano in coda i combustibili (solidi, liquidi e gassosi).
Di peso diverso anche il contributo dei vari settori. A essere protagonista, soprattutto nei primi anni di avvio dei certificati bianchi, è stato il settore residenziale che – come scritto nel rapporto Enea per il 2010 – dal 1990 non ha mai cessato di far registrare miglioramenti “regolari e costanti”.
Le più virtuose sono quattro regioni del Nord. Il 60% dei 7.520 milioni di euro investiti per la riqualificazione energetica nel triennio 2007/2009, sono stati effettuati da Lombardia, che è in testa, seguita da Veneto, Piemonte ed Emilia Romagna. Il contributo dell’industria, decisamente scarso fino al 2007, è cresciuto nel corso degli ultimi cinque anni, mentre resta altalenante e con risultati modesti il settore dei trasporti. Nel comparto industriale, i risultati migliori sono stati conseguiti dalla chimica e dalla siderurgia, settori entrambi altamente energivori. Le tecnologie più diffuse, oltre i motori elettrici di nuova generazione e gli inverter, sono stati gli impianti di cogenerazione/trigenerazione.
Nel settore delle abitazioni, sono stati fissati standard energetici per il nuovo costruito, mentre gli edifici esistenti hanno potuto contare su un ventaglio articolato di azioni. Dalla semplice sostituzione delle lampadine, inizialmente promossa dai soggetti obbligati, all’acquisto di elettrodomestici più efficienti agli interventi incentivati con gli sgravi fiscali del 55% quali la coibentazione degli involucri edilizi; le caldaie ad alta efficienza e gli impianti di microgenerazione; i radiatori, serramenti e vetri con prestazioni elevate.
Irrilevanti invece i risultati dei trasporti, con un indice di miglioramento misurato dall’Enea che, per il periodo 1990-2009, non ha superato l’1,1%. Diverse le cause. I miglioramenti conseguiti da auto, treni e aerei sono stati vanificati dal perdurare come modalità dominante del trasporto merci della gomma, che pesa per il 93% ed è caratterizzata da un parco mezzi (veicoli leggeri e autocarri) che l’efficienza l’ha invece ridotta. In conto va poi messa una logistica paese non adeguata e politiche poco incisive per promuovere la distribuzione di prodotti a km “zero”, per ridurre gli imballaggi in modo da ottimizzare i carichi/veicolo, per sviluppare sistemi di trasporto intelligente.
Trasporti a parte, i risultati complessivi sono positivi. In particolare, con i certificati bianchi da inizio 2005 fino a metà del 2011 sono stati risparmiati, secondo i calcoli dell’Autorità, oltre 9,6 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio. E, sempre nel corso dell’anno passato, è aumentato il numero dei soggetti coinvolti, con il raddoppio rispetto al 2010 degli energy manager e un aumento del 28% delle “esco” che – è scritto nel rapporto dell’Autorità – «da sole hanno prodotto un volume di risparmi di energia pari a circa sei volte quello dei distributori obbligati».
Tutto bene quindi? Possiamo riposare sugli allori? Per la verità no. Innanzitutto perché rimangono molti spazi per nuovi o ulteriori miglioramenti. A partire dai trasporti, rimasti sostanzialmente al palo. E per gli edifici, che continuano a distinguersi per le grandi potenzialità di risparmio energetico che offrono.
In secondo luogo perché non mancano le aree grigie del sistema costruito per sviluppare l’efficienza, che necessitano di aggiustamenti, ripensamenti o interventi anche urgenti. Così, se gli incentivi non sono in discussione in quanto strumento per far decollare gli investimenti, occorre però rivederne architettura e modalità. Le avvertenze suggerite da Luigi De Paoli, docente della Bocconi e coordinatore del laboratorio per l’efficienza energetica della Fondazione EnergyLab, partono dalla ricerca&sviluppo che non va trascurata, come invece spesso capita in Italia, ma incentivata per sviluppare sistemi razionali e misurabili di utilizzo ottimale dell’energia. Occorre puntare molto anche sulle campagne d’informazione. Spesso gli interventi, quelli piccoli come quelli grandi, non vengono fatti solo perché si conoscono poco le tecnologie disponibili, i risparmi che consentono e gli incentivi stabiliti. Questi ultimi – è il caso degli sgravi fiscali del 55% – secondo De Paoli non possono però durare all’infinito. Dovranno essere ridimensionati e soprattutto pensati in modo da premiare le applicazioni che garantiscono i risultati quantitativi migliori. Ma dovranno anche essere – invito fino ad oggi caduto nel vuoto – supportati da programmi certi e di respiro temporale. Niente a che vedere con il “toto” rinnovo annuale vigente per gli sgravi fiscali o i cambiamenti in corso d’opera (con disposizioni pure retroattive) come avvenuto lo scorso anno per il conto energia degli incentivi al fotovoltaico. L’incertezza – va da sé – non giova né alla pianificazione degli investimenti delle imprese come dei singoli cittadini, né ai fatturati dei settori che ne producono le tecnologie. Mentre scriviamo, niente ancora si sa degli obiettivi di efficienza che dovranno essere raggiunti a partire dal prossimo anno né degli incentivi alle rinnovabili termiche. Si conoscono invece i tagli alle rinnovabili elettriche. A metà aprile è stato presentato il 5° conto energia che entrerà in vigore quando saranno raggiunti i 6 miliardi di incentivi (sembrerebbe entro fine anno). A partire da questo tetto, saranno applicati tagli alle tariffe da un minimo del 38% per gli impianti di taglia più piccola fino a un massimo del 65% per gli impianti di potenza maggiore. Per le altre fonti (biomasse, idroelettrico, geotermia) lo schema di decreto reso noto mette a disposizione fino a 5,5 miliardi. Il più penalizzato dovrebbe essere l’eolico, per il quale è stato indicato un taglio della remunerazione al kwh del 20%. Complessivamente gli incentivi dagli attuali 9 miliardi (dove la parte del leone spetta al fotovoltaico) non potranno il prossimo anno superare la soglia di 12 miliardi. Se non si vuole avere una bolletta ancora più cara.
Nuovo fondo kyoto, ultime richieste
A livello di “governance” dovrebbe essere potenziato il ruolo degli enti locali, chiamati a coordinare e promuovere le tantissime iniziative diffuse sul territorio, ma anche a migliorare i loro consumi energetici (scuola, sanità, sicurezza, sedi amministrative).
Un altro problema è la ripartizione dei compiti tra Enea, Autorità per l’energia elettrica e il gas e Gse (il Gestore dei servizi energetici), non sempre chiara e lineare. Ci sono sovrapposizioni di ruoli e potenziali conflitti e forse, sempre secondo De Paoli, sarebbe preferibile creare un’agenzia indipendente, alla quale attribuire tutti i compiti tecnici. Infine, ultimo suggerimento: si eviti di cambiare continuamente le regole e di infarcire le leggi con rimandi a futuri decreti. Che non arrivano mai. È in ritardo, era atteso per il 2008, ma alla fine è arrivato. È il Fondo rotativo Kyoto, presentato a febbraio dal ministro dell’Ambiente Corrado Clini e diventato operativo – subito con successo – lo scorso 16 marzo. Con una dotazione di 600 milioni, suddivisi in tranche di 200 milioni/anno per tre anni, non è particolarmente ricco. Ha il vantaggio per le casse dello Stato, in quanto rotativo, di rifinanziarsi senza ulteriori esborsi una volta che i soldi prestati saranno restituiti. L’accesso al fondo, gestito dalla Cassa Depositi e Prestiti, è a “sportello”. Basta inviare la domanda on line sul sito web della Cassa, avvalendosi di un format e di una procedura estremamente semplici. I finanziamenti a un tasso dello 0,5% sono a disposizione di tutti: persone fisiche e giuridiche, pubbliche e private, condomini compresi. Hanno una durata per i privati da 3 a 6 anni e da 3 a 15 anni per i soggetti pubblici.
Il termine per presentare le richieste di finanziamento per l’anno in corso è il prossimo 14 luglio. Per quanto riguarda gli interventi, finanziati per ridurre le emissioni di gas serra, la parte più consistente (130 milioni dei 200 annuali previsti) è destinata ai progetti di efficienza negli usi finali come l’isolamento termico degli edifici, il teleriscaldamento, gli impianti geotermici. Alle sostituzioni di motori elettrici nell’industria, ai progetti di ricerca su rinnovabili, fuel cell e idrogeno e ai progetti relativi alla gestione forestale sostenibile sono destinati 35 milioni. Altri 35 sono stanziati per la microgenerazione, mentre i restanti 10 vanno alle tecnologie rinnovabili, elettriche e termiche.