Pubblicato il 31 maggio 2012.
«Uno strano partito s’avanza in Europa»: sfidando la banalità, si può ben parafrasare la frase di Karl Marx, a fronte del travolgente successo riscosso da un anno in qua nel Nord Europa dal Piraten Partei.
Un consolidato 7-8% dei consensi in diversi Länder tedeschi (Nord Rhein Westfalen, Schleswig Holstein, Saarland e a Berlino), su una platea elettorale di una ventina di milioni di elettori. Successo di pari ampiezza a quello già ottenuto nelle elezioni europee in Svezia dal Piratpartiet – capostipite della filiera- nella Repubblica Ceca e in altre contrade del Nord. Per capire la portata del fenomeno – e l’abissale distanza dal Movimento Cinque Stelle nostrano, capeggiato da Beppe Grillo, errore in cui cadono in molti – basti pensare che il “Kopimismo”, l’ideologia che si basa sul “Copia e semina” (su Internet) è stato riconosciuto nel 2011 dalla Svezia tra le religioni ufficiali.
L’essenza di questo movimento non è infatti la rivolta “anti casta” che anima i grillini in Italia, ma una parafrasi del motto di Proudhon: “Su Internet la proprietà è un furto”. Nessuno spirito anticasta, perché questo consenso elettorale omogeneo del 7-8% si afferma in paesi nordeuropei in cui i partiti ufficiali, storici, continuano a riscuotere l’80% e più dei voti. Non solo, questo score si conferma in una paese come la Germania in cui esiste da un trentennio il partito dei Grüene, i Verdi, che si presenta con una classe dirigente giovane, di non professionisti, con parità di eletti tra uomini e donne, con un programma libertario, partecipato, oltre che ecologista. Un movimento che si attesta stabilmente tra l’8 e addirittura il 12-13% dei consensi.
Dunque, il movimento nord europeo dei Pirati è altro: ovviamente ispira anche i “grillini” nostrani, e del “grillismo” contiene, in nuce, il carattere più nuovo che non è affatto, come si crede e si dice in Italia “l’antipolitica”.
Il fatto è che la visione del mondo dei Piraten è assolutamente, totalmente, irresponsabilmente “virtuale”. E’ infatti un movimento di venti-trentenni, di chi si è alfabetizzato su e con il Web e la blogosfera, che vive, pensa, comunica e vive modo virtuale. Tanto virtuale che il furto on-line, persa ogni sua materialità di gesto, di violenza materiale, sublimato nel semplice e movimento di tasti, al riparo della propria casa, non solo perde le sue caratteristiche riprovevoli, ma addirittura viene esaltato, diventa programma di vita e di cultura. Scaricare liberamente e gratuitamente dal Web film, libri, brani musicali, clip e quant’altro (ivi compresi i segreti di Stato, come si è visto con Wikileaks di Assange, eroe dei Piraten), è considerato non più una opportunità, ma un diritto del cittadino.
La realtà virtuale ha dunque partorito una “moralità” virtuale che ha trovato una sua proiezione politica. Questo, in un contesto in cui la violazione del diritto d’autore, del copyright e del brevetto provoca già nel pianeta danni calcolati in ben 200 miliardi di dollari, tanto che mesi fa al Congresso e al Senato Usa sono state presentate due leggi – la Sopa Stop Online Piracy Act e il PIPA (Protect Ip Act) – che miravano proprio a contrastare questo fenomeno corsaro ormai debordato dal campo del consumo culturale e diventato prassi comune di furto del brevetto industriale e commerciale.
Lo strabordare nella platea degli elettori dei Piraten di una visione virtuale e immateriale della realtà, delle relazioni sociali, quasi che gli avatar – gli alter ego del webnauta – abbiano preso il posto del cittadino in carne e ossa, trova infine una sua piena concretizzazione nella proposta fondante il loro programma politico in Germania: lo “stipendio di cittadinanza”. Ogni cittadino, secondo i Piraten, per il fatto stesso di essere tale, matura il diritto a essere mantenuto dallo Stato, in modo da potere poi sviluppare al massimo le proprie potenzialità, attitudini e capacità – senza alcun riferimento al merito e senza alcun vincolo di lavoro. Peggio che un utopia, una follia. Ma con milioni di seguaci.