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Il mondo riparte da Rio de Janeiro

La conferenza sul clima del giugno prossimo chiederà che almeno il 2% del Pil mondiale sia destinato alla sostenibilità ambientale
Il mondo riparte da Rio de Janeiro

Per contrastare l’emergenza clima non sono più sufficienti i protocolli internazionali e l’impegno dei governi. Occorre il contributo del settore privato, a partire dalle aziende della “green economy”. L’invito a imprese e manager a trasformarsi in militanti e protagonisti della sostenibilità e degli interventi per ridurre i gas serra viene direttamente dalle Nazioni Unite ed è stato esplicitato nel documento preparatorio della prossima conferenza di Rio sul clima.
Non solo. La richiesta al mondo del business è di dirottare gli investimenti dalle tecnologie inquinanti a quelle pulite. Almeno il 2% del pil mondiale dovrebbe essere regolarmente destinato, anno dopo anno e fino al 2050, esclusivamente ai settori che assicurano la sostenibilità ambientale. A favore della crescita dell’economia verde, l’Onu ha inoltre messo a punto un database, denominato “Adaptation private sector iniziative”, a disposizione di manager e amministratori locali dove sono illustrati i casi di eccellenza, le buone pratiche per l’efficienza e le soluzioni innovative per ridurre le emissioni di gas serra.

In Italia intanto fa già più caldo
L’appello non dovrebbe cadere nel vuoto, soprattutto in Europa, che è il soggetto internazionale più attento ai temi ambientali e dove esiste una consolidata industria green. Anche in Italia, da qualche anno il termine sostenibilità è entrato sempre più a far parte della comunicazione e delle politiche di molte imprese. Un segnale che non sia solo “fumo” viene dalla crescita degli investimenti per l’efficienza energetica e degli attestati di certificazione energetici e ambientali.
Altra cartina di tornasole è la crescente richiesta, verificata da un’importante società di executive search come Odgers Berndtson, di ingegneri ambientali: figura professionale nuova, dotata di conoscenze intersettoriali per coniugare produttività e competitività con la tutela dell’ambiente e il rispetto delle normative che lo regolano.
Nel frattempo, una conferma locale del surriscaldamento globale, un concetto accettato ormai dalla quasi totalità della comunità scientifica internazionale, viene dai dati italiani: da noi quello di quest’anno, dopo il 1994 e il 2001, è stato infatti il terzo marzo più caldo degli ultimi due secoli. Anzi per il Nord Italia, che ha fatto registrare uno scostamento di +3,2°C, il più caldo in assoluto a pari merito con quello del ’94. Lo scorso marzo è stato anche un mese di scarsissime precipitazioni: – 52% rispetto alla media nazionale. I dati del Nord sono stati i peggiori, con deficit medi fino a – 70%. Una situazione di siccità non nuova. È dall’agosto 2011 che vengono registrati dati negativi, con quantità di precipitazioni in calo del 38% rispetto alle medie del periodo 1971-2000. Il record della siccità risale all’Ottocento, all’agosto-marzo 1883-1884, che aveva fatto registrare un – 47%. Quello dei nostri giorni si colloca al quinto posto dei periodi più secchi.
Altri segni dei cambiamenti climatici in corso nel paese sono stati raccolti dalla rete di 22 stazioni per la ricerca ecologica a lungo termine, inaugurata cinque anni fa dall’Ise-Cnr. Si tratta di veri e propri laboratori di ricerca, specializzati per tipologia di ecosistema e distribuiti su tutto il territorio nazionale. Dai dati raccolti risulta che, negli ultimi 10 anni, si sono riscaldate le montagne con un aumento della temperatura minima in quota di 0,76°C, che ha avuto come conseguenza la contrazione degli habitat in vetta.
È stato rilevato dai siti in Val d’Aosta e in Abruzzo un prolungamento delle stagioni vegetative, ma anche un rallentamento (-27%) della crescita degli alberi, legato soprattutto alla minore piovosità.
Al riscaldamento non potevano sfuggire le acque di laghi e mari. Per il Lago Maggiore è stato misurato un aumento, dal 1980 costante e progressivo delle temperature che, facendo aumentare la densità, ha reso più difficoltosa la circolazione e lo scambio di ossigeno tra acque di superficie e acque profonde. Altro fenomeno sono gli abbassamenti e innalzamenti rapidi dei livelli, che favoriscono la formazione di microrganismi tossici. Per il mare, le maggiori temperature superficiali sono state documentate nelle acque del promontorio di Portofino e nell’alto Adriatico; così come da tempo è stata accertata la migrazione di specie tropicali nel Mediterraneo.


Cristina Forghieri
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