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Quella strana voglia di socialdemocrazia

In mezzo alla crisi il modello tedesco è l'unico a funzionare: uno Stato meno invasivo, che interviene solo dove il mercato fallisce nella sua funzione sociale. Allargarlo a tutta l'Europa è la sola via d'uscita dalla recessione
Quella strana voglia di socialdemocrazia

Le Olimpiadi a Roma adesso non ce le possiamo permettere, dice Mario Monti. Fossero solo quelle. Io per esempio ho scoperto che la scuola elementare di mio figlio – statale – è indebitata per 230 mila euro. Soldi in gran parte necessari per pagare gli stipendi dei supplenti.
Quest’anno lo Stato verserà in tutto meno di 50 mila euro, destinati alle supplenze, ma anche a fotocopie, manutenzione della relativa macchina, gessetti, lampadine, carta igienica e tutto il resto di necessario che vi viene in mente, a parte gli stipendi dei dipendenti fissi, docenti e non.
È chiaro che una scuola così è alla canna del gas: se si vuole che tiri avanti, i genitori che possono si devono autotassare, oltre che occuparsi di fornire materialmente la carta su cui i bambini disegnano, nonché quella che i bambini usano in bagno per scopi molto meno creativi. Pazienza, l’arte di arrangiarsi è nel dna degli italiani, compresi quelli che vivono addirittura nel centro della sedicente “capitale morale”.
Ma vi figurate, per esempio, la reazione dei tedeschi se lo Stato gli dicesse: «Cari genitori, la Bundesrepublik non ha più i soldi per fornire di carta igienica i gabinetti dei vostri piccoli. Ergo, arrangiatevi».
Di fronte a scuole a pezzi e strade rotte, la loro reazione sarebbe di fondare subito un Quarto Reich. Angela Merkel, su cui quasi tutti fuori dalla Germania sparano a zero per la sua insistenza sul rigore di bilancio (ma sul Web gode di una reputazione molto migliore, come dimostra questa ricerca), conosce bene il rischio terribilmente reale di destabilizzazione della democrazia tedesca, ove decidesse di far pagare ai tedeschi il prezzo della crisi di altri Paesi dell’eurozona nei modi di cui ho fatto un esempio terra terra.
Merkel non è un’economista, ma una politica che conosce bene i propri connazionali e che bada al suo proprio interesse elettorale, ma anche al destino del proprio Paese.
Un Paese, la Germania, oggi molto soddisfatto dei risultati dell’applicazione di quella che oggi va di moda chiamare “economia sociale di mercato”, che sarebbe poi la vecchia socialdemocrazia attualizzata: libertà di impresa, libertà di mercato, proprietà privata e solidarietà, con lo Stato che presta robusto soccorso laddove il mercato fallisce nella sua funzione sociale. E cioè che fornisce la carta igienica alle sue scuole, senza però allargarsi a partecipare e guidare il mercato.
Oggi la sfida per l’Europa è questa: provare ad adattare a un crescente numero di Stati membri i principi dell’economia sociale di mercato. Che prevede rigore, crescita ed equità. D’altronde le scelte non sono molte: il liberismo duro e puro in parte è fallito e comunque nel Vecchio Continente è difficilmente applicabile (vedi gli esiti del thacherismo); e l’economia pianificata alla cinese – ma anche alla russa – da noi è addirittura impensabile.
C’è poi l’ultima teoria americana che dice: chissenefrega dei bilanci, lo Stato non è una famiglia: quando serve un impulso alla crescita, che si stampi moneta. A parte i legittimi dubbi sulla ricetta proposta da Galbraith jr e compagni, fondatori della cosiddetta Modern Monetary Theory, magari negli Usa si può fare (e si è già molto fatto).
Ma da noi – a parte qualche robusta iniezione di cardiotonico come quella decisa da Draghi poche settimane fa – è impensabile elevarla a pratica generale; innanzi tutto perché l’Europa non è (ancora, né forse mai sarà) uno Stato con un suo ministero delle Finanze e del Tesoro.
Certo tocca muoversi in fretta. Nel quarto trimestre 2011 l’Europa è entrata in recessione. Lo sono già Italia, Spagna, Portogallo e Grecia, insieme a Belgio e Olanda. E mentre speriamo che anche da noi le banche allentino la stretta al credito dopo che Draghi ha scelto di inondare di liquidità i mercati finanziari europei prima di Natale, i principi dell’economia sociale di mercato vanno applicati di corsa anche turandosi il naso. In modo che la macchina possa ripartire, spinta da aziende messe in grado di investire e famiglie che proveranno a guardare di nuovo al futuro rivolgendosi in banca per acquistare beni durevoli e magari una casa.
Sempre che le banche sblocchino la liquidità messa in circolazione da Draghi, che per ora si tengono a riserva per prudenza.


Marco Gatti
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