Pubblicato il 29 febbraio 2012.
Inutile piangere sul latte versato e ancor meno rimpiangere il passato. La macchina del tempo non c’è e nessuno può più tornare a quando si andava in pensione dopo una ventina di anni di lavoro, e per alcuni anche meno. Il welfare al quale eravamo abituati, costruito nel secondo dopoguerra, è stato definitivamente spazzato via dalla crisi. Prendiamone atto: il momento dell’addio al lavoro si allontana. Per tutti. A uomini o donne, operai o partite Iva, l’assegno Inps arriverà solo dopo aver superato la soglia dei 68-70 anni.
«È l’effetto combinato dell’abolizione delle pensioni di anzianità, dei 40 anni di contributi e dell’adeguamento dell’età pensionabile alle aspettative di vita», dice Sergio Corbello, presidente di Assoprevidenza (Centro tecnico nazionale di previdenza e assistenza complementare). «Lavorare di più ha però effetti positivi sulla futura pensione: i lavoratori che oggi hanno tra i 30 e i 40 anni avranno un assegno di quiescenza pari al 70% dell’ultimo stipendio, mentre prima della riforma Monti la percentuale era intorno al 62%. I vantaggi crescono per i cinquantenni, che arriveranno all’80% invece del 64%».
Comunque la coperta resta corta: c’è da coprire quel 20-30% dell’ultima retribuzione che resta scoperto. La soluzione è la previdenza complementare, il cosiddetto secondo pilastro pensionistico, che permette di aggiungere anche il 20% in più alla quota che spetta con la previdenza obbligatoria. Questo secondo pilastro è formato da fondi pensione negoziali che nascono da contratti o accordi collettivi anche aziendali (come il fondo Cometa dei metalmeccanici, il Fonchim dei chimici) e dai fondi pensione aperti istituiti da banche, società di intermediazione mobiliare, compagnie di assicurazione e società di gestione del risparmio ai quali si può accedere in forma collettiva o individuale.
Ai primi possono aderire su base volontaria esclusivamente i dipendenti di una categoria professionale, ai fondi aperti possono aderire tutti. Agli italiani però il secondo pilastro non piace. Secondo i dati Covip, al 31 dicembre 2011 i lavoratori iscritti ai fondi pensione aperti e chiusi e ai piani individuali pensionistici (Pip) erano 5.572.839. Una piccola frazione dei 22,9 milioni di occupati.
E senza posto fisso?
Le scarse adesioni sono dovute all’ignoranza della differenza che si verrà a creare tra stipendio e pensione, e dalla scarsa fiducia nei fondi previdenziali: la stragrande maggioranza di operai e impiegati ha preferito tenere i soldi del Tfr in azienda piuttosto che trasferirli in un fondo. Una scelta giudicata errata dagli esperti, che però gli occupati possono fare.
Ma i lavoratori precari? I ragazzi che entrano nel mondo del lavoro sempre più tardi? O quelli che cambiano spesso posto di lavoro, e magari anche settore, accumulando contratti a termine con intervalli di non lavoro?
A tutti loro il welfare post-Fornero non ha finora pensato (e forse è meglio, visto che cosa è capitato ai lavoratori garantiti). Esiste la possibilità di aderire a un fondo aperto o sottoscrivere un piano individuale pensionistico, ma le spese sono più alte. In più, i precari non possono contare sul tfr. E non sempre è facile risparmiare qualche centinaia di euro per metterli in un fondo mese dopo mese.
Visto che la domanda (almeno potenziale) c’è, alcune compagnie di assicurazione hanno preparato prodotti pensionistici a cifre contenute (Genertel propone piani a partire da 50 euro al mese). I versamenti però, se si vuole ottenere alla fine un reddito accettabile, devono essere continuativi e durare per decenni. E allora potrebbe essere vitale l’intervento preventivo della famiglia, con i classici libretti intestati ai figli neonati o con pac (piani di accumulo) pagati dai genitori o dai nonni.
Perché prima si comincia a risparmiare meglio è, soprattutto quando la prospettiva è di studiare almeno 20 anni (master inclusi) e lavorare per altri 40 prima di andare in pensione. La prospettiva è questa, ma consoliamoci: così come i sessantenni di adesso non sono quelli di trent’anni fa, i settantenni del 2042 saranno molto più vitali di quanto immaginiamo. E magari avranno speranze di vita ultracentenarie.
Auguri!