Pubblicato il 02 febbraio 2012.
Scoraggiare l’uso del contante per aiutare la lotta all’evasione fiscale. Almeno, così spera il governo, che lo scorso autunno ha gettato nel panico vecchietti con la pensione minima e senza conto in banca con il solito, italico tira e molla pre-manovra in cui si discuteva dove fissare questa benedetta soglia della “no-cash area”: trecento, cinquecento, alla fine mille euro. Sopra i 1.000 euro (che diventano 500 nel caso dei pagamenti della pubblica amministrazione) non si può più pagare in contanti. Si devono usare solo strumenti che lascino una traccia del passaggio di denaro: bancomat, carte di credito, carte prepagate, assegni, bonifici e via discorrendo.
Ma in Italia, oggi, è davvero possibile fare a meno dei contanti?
Decidiamo di provare a essere più radicali del governo e fare a meno per un mese di monete e banconote. Solo carte di credito (una Visa, una American Express, una Postepay), un bancomat, qualche ticket restaurant (ebbene sì, anche loro sono tracciabili).
Come era prevedibile, quasi nessun problema a fare acquisti: i negozi senza pos (il terminale per le carte elettroniche) sono una rarità. Persino nel mercatino rionale sono tanti gli ambulanti che accettano almeno il bancomat, se non addirittura la carta di credito. Col taxi basta specificare che vogliamo pagare con la carta quando lo chiamiamo, oppure assicurarsi che il conducente sia attrezzato di pos se lo prendiamo a un parcheggio: così facendo non abbiamo mai avuto problemi. E non abbiamo (quasi) mai trovato problema nemmeno a usare il bancomat per fare benzina, nemmeno dopo l’orario di chiusura usando le pompe self service (ma non la carta di credito, quella è ancora una rarità).
Mi ha tradito giusto il benzinaio della via Cerca, a Milano, dove faccio sempre Gpl: proprio l’ultimo giorno del test aveva la macchinetta fuori uso… e per non barare mi è toccato andare a benzina, un peccato per l’ambiente e per il mio portafoglio.
A proposito di carburanti, una situazione paradossale ci capita la notte di Capodanno dalle parti di Taormina, in Sicilia: l’unico distributore di una zona poco servita ha un guasto all’accettatore di banconote, e prende solo le carte. La cosa getta nel panico due automobilisti, entrambi al volante di enormi suv (un Mercedes e un Toyota), di quelli che fanno la gioia del ministro Monti. Nessuno dei guidatori, e nemmeno le due signore già agghindate per il cenone, ha con sé una carta di qualche tipo. Devo mettere io 10 euro nei loro serbatoi in cambio di contanti, sennò i tapini passavano l’ultima notte del 2011 al distributore.
Che i suddetti tapini non avessero nemmeno un conto in banca (succede, succede… e non solo in Sicilia)? E come avranno pagato allora i loro luccicanti suv, con una mazzetta alta quattro dita?
Malignità a parte, questo mese ci ha insegnato che una regola non scritta del commercio pare fissare i pagamenti elettronici a quota 5 euro: sotto la magica cifra, i contanti sono la sola modalità di pagamento ben vista.
«Siamo attrezzati ad accettare il pagamento tramite carta di credito», racconta il titolare di un bar in provincia di Bergamo. «Tuttavia non mi è mai capitato di trovare clienti che decidano di utilizzare il denaro elettronico per pagare uno o due caffè. Più che le commissioni bancarie, è un problema di tempo e di praticità».
Solo contanti, quindi?
«No, ma diciamo che il denaro elettronico è plausibile per una spesa superiore ai 5 euro; insomma, se si acquista non solo il quotidiano ma anche un magazine o una rivista. Oppure, nel caso di clienti abituali, sarei anche disposto ad accettare pagamenti settimanali con la carta di credito», dice il barista, che continua: «È già accaduto che qualche cliente utilizzasse la carta per il pranzo di lavoro o al termine dell’aperitivo con gli amici. Si tratta però di importi mai inferiori ai 10 euro».
A Milano, mangiare un panino pagando col bancomat, e talvolta anche con la carta di credito, non è difficile. Per lo meno, non lo è nel cuore della metropoli: ci sono posti come il Mac Donald’s di Piazza Duomo dove conviene proprio pagare con carta o bancomat, visto che solo coi pagamenti elettronici si può ordinare ai totem self-service che fanno saltare la coda alle casse, che nelle ore di punta è francamente eccessiva. In centro le carte sono ben accette in molti altri bar e tavole calde, anche se non in tutti.
Per evitare sorprese, bisogna sempre guardare la vetrofania sulla porta di ingresso: se le carte sono “welcome” c’è scritto, altrimenti meglio chiedere.
Al bar tabacchi sotto la redazione, con la signora alla cassa ci diamo del tu, ma la carta non la vuole nemmeno toccare: mani dietro la schiena, le scappa persino un “Oh mamma, ma ha anche il chip!”. Coraggio signora, non morde, ecco i soliti buoni pasto.
Sospira di sollievo e ci scrive il resto su un cartoncino multicolore, da scontare la prossima volta.
Ora si apre un piccolo problema deontologico: il cartoncino è tracciabile? O possiamo considerarlo contanti? Boh?
L’unica volta in cui mi sento davvero carogna a fare questo esperimento è in una grande tavola calda di piazza Affari, un algido self service, un pizzico di lusso a buon mercato: dopo aver pagato coi buoni pasto, mancano un po’ di spiccioli.
Vergognandomi come un ladro passo alla signora alla cassa la carta di credito che non vuole mai nessuno. Lei la prende con l’espressione impassibile di una pokerista professionista e passa la strisciata senza commenti. Chapeau!
È l’unico caso in cui a Milano mi è capitato di poter usare la carta per un pagamento veramente minimo; ciò non significa che non ci siano esercizi che non la accettino volentieri per un caffè o una brioche, ma solo che io personalmente non ne ho incontrati.
In periferia le carte si riescono a usare meno di frequente, e per la colazione quasi tutti i baristi storcono il naso.
Da notare l’intraprendenza di una coppia di cinesi che gestisce un bar nella periferia sud, che rifiuta il pagamento di un caffè e una brioche ma ci offre “abbonamento dieci colazioni con sconto” pagabile con un assegno, se proprio non possiamo farne a meno.
Sotto i 5 euro, graditi solo contanti
Se non è semplice sorseggiare un caffè pagandolo con il denaro elettronico, è ancora più difficile potersi leggere un quotidiano di carta.
«Il costo del giornale è di 1,20 euro. Alquanto improbabile che ci siano clienti che vogliano pagare con carta di credito. Comunque, se un cliente non avesse spiccioli, piuttosto gli farei credito per una giornata», ci dice Loredana Cavenati, proprietaria dell’edicola Il Papiro di Casazza.
Nemmeno in aeroporto, dove il traffico internazionale fa pensare che la carta di credito o per lo meno il bancomat siano ben accetti, abbiamo fortuna migliore: sia al Fontanarossa di Catania sia a Malpensa la macchinetta «non ha la linea», ci dice sconsolato l’edicolante/barista. Strano, perché nei negozi circostanti la linea sembra esserci, eccome.
Nella grande edicola della stazione della metropolitana di Piazza Duomo l’addetta, una gentilissima ragazza asiatica, ci dice con sicurezza «solo denalo contante», con un tono e un’affettazione che ci fa pensare che sia una delle prime frasi che ha imparato a dire in italiano.
Alla fermata successiva, Cordusio, l’edicolante spiega il suo no con una lunga dissertazione su commissioni, costi bancari e costi della linea telefonica. L’edicolante di piazza Cordusio, un giovane che immaginiamo avvezzo a vivere nel mondo cablato e che ci vede tutti i giorni, visto che è a due passi dalla redazione di Espansione, socchiude appena la finestratura dell’edicola sul gelido vento di gennaio. Gli chiediamo se prende il bancomat, lui scuote appena il capo e richiude. Bene, grazie lo stesso.
Alla stazione della metropolitana di Cimiano, dalle parti dell’enorme sede della Rizzoli, la macchinetta del bancomat troneggia in bella vista vicino all’addetta. Prendo una copia del Corriere, giornale che laggiù gioca in casa, e le mostro la carta.
«Solo contanti», è la solita risposta. «Ma scusi, ma se ha lì la macchinetta!». «È solo per gli abbonamenti Atm». Ah sì? E allora niente giornale. E l’abbonamento lo faccio alla macchina automatica dell’Atm, che tra l’altro, a differenza dei commercianti umani, non ha niente in contrario a farmi acquistare un singolo biglietto urbano da un euro e cinquanta col bancomat.
Proviamo alla stazione successiva, Crescenzago. L’addetta, una signora gentilissima con un gran sorriso, ci dice: «Lo sapete che c’è una commissione di 50 cent, vero?». In effetti avevamo notato il cartello. Paghiamo i cinquanta cent extra e ci prendiamo la copia fragrante del giornale.
Finora, è l’unica edicola dove siamo riusciti a pagare un quotidiano lasciando traccia dell’esborso. Ma la soddisfazione ci è costata cinquanta cent.
È stato un affare? Chissà.
«Sono in tanti i clienti che vi chiedono di usare la carta?», le chiediamo. «Da che abbiamo messo il cartello, qualcuno c’è», risponde lei, piuttosto sul vago.
Cambiamo città. Genova, 9 dicembre 2011. Il problema, quando ci si abitua a pagare con le carte, è che si finisce col dare per scontato che il servizio ci sia e funzioni. Verso le 11 lascio l’auto nel parcheggio sotterraneo di piazza Carignano. Torno a riprenderla attorno alle 17. La cassa automatica mi comunica che devo pagare euro 17,50. Peccato che la cassa non accetti bancomat né carte di credito.
E nemmeno banconote da 50 euro, le uniche che ho nel portafogli in caso di estremo bisogno. Premo il pulsante per comunicare con l’operatore e chiedergli come pagare e uscire: la comunicazione dura 5-6 secondi poi cade. E così per le sette-otto volte in cui ritento. I bimbi piagnucolano per la stanchezza, ma in tutto il parcheggio operatori umani non ce ne sono. Non resta che risalire e mettersi in caccia di un negoziante tanto gentile da cambiarmi i 50 euro. Grazie a una farmacista cortese, venti minuti dopo ridiscendiamo nel parcheggio e finalmente liberiamo l’auto. E se invece delle 17.30 fossimo tornati alle 21.30, come avremmo fatto? Avremmo lasciato lì l’auto fino al mattino dopo?
Il pos? Nascosto in cucina
Dalla grande città alla montagna, passando per il più piccolo paese di provincia, sono molte le realtà imprenditoriali che ormai non hanno problemi ad accettare transazioni elettroniche. Ce ne siamo accorti all’Aprica (Sondrio) nei primi giorni del 2012, trascorsi all’insegna delle spese e degli sfizi. Per la riparazione della tavola da snow-board, l’acquisto dello skipass e il pomeriggio di relax presso il centro benessere (privato o comunale non fa differenza), è stata sufficiente la carta di credito, anche perché gli importi superavano sempre i 15 euro.
Qui anche a tavola si può fare a meno delle vecchie banconote. Tutti i ristoranti sono ormai predisposti per il pagamento elettronico, compresi quelli che ne farebbero volentieri a meno.
«Non avendo l’impianto telefonico alla cassa ma solo nei pressi della cucina», spiega il gestore di un ristorante a gestione familiare, «il cliente che vuole pagare con la carta di credito deve seguirci all’interno del locale. Certo non è la soluzione più comoda, ma visto che il pagamento elettronico non è ancora diffuso non ci è sembrato il caso portare i fili telefonici fino alla cassa: in questi giorni di festa, per dire, tranne un paio di clienti al giorno tutti gli altri ci pagano in contanti».
La pensione? E’ solo sulla carta
I pensionati, specie gli anziani che vivono soli, sono i più penalizzati dalle nuove regole sulla tracciabilità: dal 7 marzo prossimo tutte le pensioni superiori a mille euro non possono più essere riscosse in contanti, e l’Inps ha scritto a 450 mila di loro per chiedere di indicare un conto bancario, un libretto postale o una carta ricaricabile dove accreditare l’assegno. Per venire loro incontro, Poste in collaborazione con Inps propone la Inps Card: una carta prepagata che si può attivare presso l’ufficio postale dove il pensionato era solito riscuotere la pensione, che verrà accreditata direttamente sulla carta. Si usa con il pin, come qualsiasi bancomat, e non ha commissioni di prelievo nei 14 mila uffici postali o agli sportelli Postamat (invece il prelievo costa 1,75 euro negli altri bancomat italiani e area euro, che salgono a 2,58 euro all’estero).
Come qualsiasi altra prepagata, la Inps Card si può usare per prelevare denaro o pagare nei negozi col Pos del circuito Cirrus Maestro. L’idea è buona, la carta è pratica, ma i pensionati dovranno abituarsi a usarla. Un fastidio, certo, ma superati i primi disagi scopriranno forse che i vantaggi superano di gran lunga gli svantaggi. A cominciare dal calo degli scippi.
Il problema è il tempo, non le commissioni
Ma è così vero che le commissioni sono troppo alte per pagare un caffè al bar con la carta di pagamento?
Lo chiediamo a Davide Steffanini, direttore generale Italia di Visa Europe.
«L’impatto economico potrebbe essere lo stesso, che si tratti di un caffè o di una borsa da centocinquanta euro», risponde il manager. «Il problema maggiore è la velocità della transazione: pagando con una moneta o una banconota bastano pochi secondi, per strisciare la carta, eventualmente inserire il pin e aspettare la risposta del terminale possono occorrere anche decine di secondi: troppi per situazioni come i bar, dove i clienti si avvicendano uno dopo l’altro».
Quindi niente carta per il caffè e il giornale?
«Una soluzione può venire dalla tecnologia, con le carte contactless; si pagano transazioni di piccolo importo in meno di un secondo, basta appoggiarle sul lettore. Non occorre strisciare, non c’è pin da digitare, non c’è da stampare lo scontrino; il pagamento è praticamente immediato».
Parliamo di futuro remoto?
«In realtà le carte contactless ci sono già, ma sono ancora troppo poche e non si trovano facilmente gli esercizi attrezzati dove usarle. Noi stiamo operando per agevolare le banche ad adottare questa tecnologia, finora piuttosto diffusa solo in Inghilterra, il Paese in Europa più aperto all’uso delle carte, e in Polonia, dove è stato saltato il passaggio delle carte col chip e si è passati direttamente dalla banda magnetica al contactless».
Sarà questo il futuro della carta di pagamento?
«È solo l’inizio: la carta è destinata a smaterializzarsi ed eventualmente finire in uno smartphone, un oggetto che portiamo sempre con noi. La carta rimarrà, certo, ma per pagare ci potrebbe bastare avvicinare il telefonino al lettore. I pagamenti si potranno effettuare tramite dispositivi come gli smartphone, i tablet e i computer portatili. Quello che è importante, inoltre, è che si sta finalmente capendo che i pagamenti tracciabili aiutano anche il Paese, oltre i singoli cittadini. Perché i pagamenti elettronici, in particolare quelli con le carte, sono sempre certificati, e il livello di sicurezza ormai è altissimo: c’è un livello di frodi inferiore a quello che si registra con i contanti. Quanto ai micropagamenti, possono aiutare gli esercenti a ridurre i rischi derivanti dall’avere molto contante in negozio: pensiamo ai tabaccai, che sono gli esercenti più esposti alla piccola criminalità».