Pubblicato il 22 febbraio 2012.
Un milione e duecentomila euro per due mesi di lavoro. È il compenso autorizzato dal tribunale di Reggio Emilia per il commissario giudiziale del Mariella Burani fashion group, Francesco Ruscigno. Una follia, almeno in apparenza, che ha però il merito di riportare l’attenzione sui guadagni spesso rapidi e vistosi di chi ha l’incarico di risanare o di liquidare un’azienda.
I casi più clamorosi risalgono a qualche anno fa ma restano negli annali. Nel 2006 Enrico Bondi, commissario straordinario della Parmalat, dopo due anni di attività ricevette come compenso la bellezza di 32 milioni di euro, cioè quasi un milione e mezzo al mese: una cifra che eccede qualunque immaginazione. Ma lo stesso Bondi – che come risanatore ha ottenuto risultati eccellenti – una volta nominato amministratore delegato della società passò a un più ragionevole compenso di 309 mila euro all’anno nel 2007, 510 mila nel 2008 e 550 mila nel 2009, in linea con gli stipendi dei manager di aziende confrontabili.
Augusto Fantozzi fu nominato commissario straordinario dell’Alitalia nel 2008, con un compito facilitato dal fatto che il compratore era già stato individuato in quella cordata di imprenditori-patrioti che tutt’oggi compongono l’azionariato di Cai. Il professore ed ex ministro, scelto per la sua statura professionale, nei primi due anni di attività ricevette acconti pari a sei milioni di euro. Ma, a differenza di Bondi, l’estate scorsa ha sbattuto la porta perché “sfiduciato” dal governo allora in carica, che nel decreto sviluppo aveva deciso di aumentare a tre il numero dei commissari straordinari di quelle imprese di servizi pubblici essenziali che avessero già venduto i propri asset. In pratica, una legge ad personam, applicabile solo ad Alitalia: Fantozzi si sarebbe trovato a dividere per tre il suo succulento assegno, e ha preferito dimettersi.
Il caso di Bondi è esemplare: perché il compenso di un commissario appare tanto sproporzionato rispetto a quello di qualunque top manager?
La risposta, tecnicamente, è semplice: perché così vuole la legge. Ma la legge (le procedure di amministrazione straordinaria, secondo le dimensioni, sono regolate dalla cosiddetta Prodi bis e dalla Marzano) è talmente lacunosa che il regolamento dei compensi non è mai stato emanato. Per ovviarvi, si fa riferimento a quelli dei curatori fallimentari, fissati da una legge del 1992 in percentuale all’attivo realizzato, alle dimensioni del passivo e, se l’attività prosegue, al fatturato e agli utili.
“Percentuale” vuol dire sostanzialmente una cosa: più è grande il gruppo commissariato (nel crac Parmalat finirono tutte le 70 società controllate) più il commissario ci guadagna.
Per un fustigatore come Elio Lannutti, presidente dell’Adusbef, si tratta «di un’autentica vergogna, di cifre che non stanno né in cielo né in terra». Ma ci sono anche amministrazioni straordinarie che non finiscono sui giornali perché le società in crisi non sono note, il loro patrimonio nullo (succede quando stabilimenti e impianti sono in affitto) e le dimensioni non rilevanti. E ci sono stati anche casi di compensi impugnati dai commissari davanti al Tar perché ritenuti troppo bassi.
Il punto è che dalla legge i compensi sono indicati con massimi e minimi, ed è a discrezione del ministero dello Sviluppo economico stabilirne l’entità, sulla base di criteri anche opinabili come la complessità della procedura e l’efficienza dimostrata dal commissario. Visto che è lo stesso Ministero a nominare i commissari, con valutazioni non solo tecniche ma anche politiche, si può facilmente intuire come possa essere usata l’arma della discrezionalità.
Poi, i conteggi possono essere effettuati solo alla fine, venduto tutto e soddisfatti per quanto possibile i creditori.
La procedura può durare lustri (tant’è che nel decreto di luglio è stata prevista la chiusura d’ufficio di quelle aperte da più di dieci anni) e legittimamente i commissari (ne abbiamo interpellati numerosi) alla domanda «quanto le rende questo incarico» possono rispondere «non lo so».
Quello che incassano sono degli acconti, a cadenze irregolari, anch’essi più o meno sottoposti alla bontà del ministero. La complessità della materia è aggravata poi da aumenti del 40% previsti quando i commissari lavorano in terna, e riduzioni del 30% (decreto Bersani del 2006) quando un commissario è titolare di due o più procedure.
«Io? pagato come una domestica»
A tutto questo sta lavorando il Ministero dello Sviluppo, che, a breve, dovrebbe emanare un nuovo regolamento, con più rigidi parametri per i compensi. Ma se è vero che tante procedure non sono remunerative, una domanda è lecita: chi glielo fa fare?
In realtà molti commercialisti, avvocati, esperti in crisi aziendali, sono pronti a farsi nominare: questione di prestigio, di visibilità, di relazioni. Un commissario è un manager atipico, di grande versatilità, dev’essere un venditore capace e un amante delle sfide.
Ma il suo compenso appartiene a un’invalicabile zona grigia, è un segreto mantenuto con gelosia, e questo non fa che alimentare i sospetti, spesso infondati, di guadagni favolosi o di compensi poco trasparenti (consulenze, spese).
Del resto, il compenso non è un costo pubblico, ma è a carico della procedura; nel senso che non grava sui contribuenti, ma proviene da quanto liquidato durante l’attività e quindi grava sui creditori, per i quali il riparto dell’attivo sarà fatto solo dopo aver soddisfatto il commissario e il suo staff. Con malizia si potrebbe pensare che ci si muova in una specie di terra di nessuno.
«Invece il commissario è, o almeno dev’essere, il primo alleato dei creditori, perché lavora nel loro interesse», sottolinea Claudio Solferini, membro della commissione sull’amministrazione straordinaria delle grandi imprese in crisi del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti.
Sembra un paradosso: il commissario è un pubblico ufficiale, ma il suo compenso non è pubblico. Gli unici a conoscerlo sono il ministero e il comitato di sorveglianza, destinatario delle relazioni periodiche, entrambi soggetti che a loro volta, quasi con un velo di omertà, tengono le bocche ben cucite.
Il professor Fabio Franchini, che in passato fu anche liquidatore della flotta Lauro, dal 2006 è commissario della compagnia aerea Volare: sta portando a termine il lavoro e tutti i creditori privilegiati sono già stati pagati. La sua espressione è colorita.
«I compensi di questa attività sono paragonabili a quelli di una donna di servizio». Ma non dice a quanto ammontino. «Ho preso solo degli acconti».
E quanto prese il precedente commissario, lo scomparso Carlo Rinaldini che nel 2005 vendette gli asset della compagnia all’Alitalia?
«Non lo posso dire». L’amministrazione Rinaldini incassò dalla cessione 38 milioni e ne lasciò al suo successore 13 perchè 25 vennero “bruciati” dalla gestione.
50 mila euro. Al giorno
Impenetrabile la cortina di riservatezza del commissario di Tirrenia, Giancarlo D’Andrea, che si è affidato all’ex portavoce di Fantozzi.
«Solo qualche acconto», è la risposta evasiva di questa. Tirrenia, che è stata chiamata anche l’Alitalia del mare, è una delle procedure più delicate e più insidiose attualmente in corso.
Stefania Chiaruttini, commercialista di Milano esperta in crisi aziendali, è commissario (legge Prodi) del gruppo Giacomelli (articoli sportivi), che fu anche quotato in Borsa. Qual è il suo compenso?
«Finora miserrimo! Ho preso, come gli altri due commissari, un acconto nel 2008 di 50mila euro. Per citare Mario Draghi, lo spirito di questi incarichi è da civil servant. Per procedure di queste dimensioni non c’è gran ritorno economico. Il lato positivo è che s’impara molto». E aggiunge: «L’impegno è tanto, dovremmo essere pagati trimestralmente. Invece restiamo scoperti e veniamo liquidati solo alla fine. Solo per Giacomelli dobbiamo far fronte a 400 cause, l’attivo recuperato e in corso di recupero fino ad oggi è di circa 50 milioni. Enrico Bondi ha incassato una cifra importante, paragonabile alle dimensioni di Parmalat, che prima del default fatturava 7 miliardi. Bondi per due anni ha fatto solo quello, a tempo pieno, lavorando 16 ore al giorno (a 50mila euro al giorno, però)».
Chiaruttini è commissario straordinario (sempre legge Prodi) anche di Agile (information technology, ex Olivetti, finita nel crac Eutelia).
«Siamo tre commissari, con l’attivo e i ricavi che ci sono ci aspettiamo cifre molto basse, non commisurate all’impegno, e per giunta, visto che siamo in tre, credo che andrà anche sottratto il 30% del decreto Bersani».
Gianluca Vidal è dal 2004 commissario straordinario di Finmek, secondo gruppo per dimensioni ammesso alla legge Marzano, composto da 15 società, attivo nella manifattura elettronica: negli anni d’oro fatturava un miliardo di euro, con 8mila dipendenti.
«Qualche numero: 1,3 miliardi richiesti dai creditori, 3.259 dipendenti, massa attiva inesistente», spiega. E aggiunge: «270 udienze per la verifica del passivo, 13 mila creditori, 1.500 cause, più 750 avviate da noi. Abbiamo trovato soluzione per 2.500 lavoratori».
Lei quanto ha incassato finora?
«Solo degli acconti, non glielo dico perché mi rattrista. Spero nella liquidazione finale, che è nelle mani del ministero».
Vidal è stato anche commissario di Alpi Eagles, compagnia aerea veneta poi fallita: «Uno dei lavori più complessi della mia vita, ma i valori in gioco erano così bassi che alla fine non ho guadagnato praticamente nulla».
Pieni poteri al salvatore
L’amministrazione straordinaria è il tentativo di salvataggio di un’impresa in grave crisi: essa viene affidata alle cure di un commissario con pieni poteri che deve cercare, se possibile, di dare continuità all’attività per poi venderla; se la gestione non è possibile, egli dovrà chiedere il fallimento, liquidare i beni e suddividerne il ricavato tra i creditori. La materia, particolarmente complessa, è regolata principalmente da due leggi, una del 1999, la cosiddetta Prodi, e una del 2003, la cosiddetta Marzano. La differenza sta soprattutto nelle dimensioni aziendali: la Marzano riguarda imprese o gruppi che abbiano più di 500 dipendenti e debiti superiori a 300 milioni (ma in origine i numeri erano diversi: un miliardo di debiti e 1.000 dipendenti per una singola società, non per l’intero gruppo); i requisiti per accedere alla legge Prodi sono almeno 200 dipendenti e debiti non inferiori a un terzo dei ricavi dell’ultimo anno.
Una differenza sostanziale riguarda la nomina del o dei commissari: nel caso della Marzano, questo potere spetta al ministero dello Sviluppo; nel caso della Prodi è il tribunale a emettere la sentenza di insolvenza e a nominare il commissario giudiziale, che prepara una relazione preliminare in base alla quale il ministero poi nomina il commissario straordinario. In questo caso si possono verificare dei paradossi nei compensi: perché anche il commissario giudiziale, con incarico di 60 giorni, viene liquidato sulla base delle tabelle fallimentari, che contengono ampi margini di discrezionalità.