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Il museo che non c’è

Secondo il progetto del commissario Resca, la Grande Brera doveva diventare uno dei poli culturali più importanti d'Europa. Ma i soldi sono spariti. Espansione svela il piano B per l'Expo
Il museo che non c’è

Che cosa c’entra la Grande Brera con la “cricca”, gli appalti per il G8 e i grandi eventi? Che cosa c’entra il più ricco museo di Milano, vanto della città e celebre nel mondo, con gli arresti scattati un anno fa e che hanno messo a nudo un sistema di potere spiccio e di soldi facili, esempio dei comportamenti dell’Italia peggiore?
C’entra, c’entra. Si può dire che quell’inchiesta è stata l’inciampo che ha impedito l’avvio di una realizzazione attesa da almeno quarant’anni. E che poi ha complicato e rallentato tutto. Ma cominciamo dall’inizio.
La Pinacoteca di Brera, istituita con l’omonima accademia da Napoleone due secoli fa, da tanti anni soffre di mancanza di spazio.
Le opere esposte sono più o meno la metà (circa 650) rispetto a quelle possedute, e molte, per quanto importanti, languono inoperose nei depositi o sono prestate ad altre istituzioni (come gli affreschi del Foppa e del Luini al Museo della Scienza e della tecnologia). Non c’è spazio per un laboratorio di restauro, che oggi è ospitato, alla vista di tutti, nelle sale di visita. Non c’è una biblioteca specializzata, aperta al pubblico, nonostante l’importante fondo librario esistente. Le opere esposte non godono tutte del respiro che meriterebbero: più spazio darebbe maggior risalto al Cristo morto del Mantegna o alla Cena di Emmaus del Caravaggio. Non c’è un’area da poter destinare alle mostre temporanee, che quando vengono allestite sono sempre “al millimetro”. Non c’è un auditorium, non un bar ristorante. Non c’è nemmeno un ascensore per il pubblico che porti dal piano del chiostro a quello del museo.
Le collezioni del Novecento Jesi e Vitali, frutto di importanti donazioni ricevute negli ultimi decenni, sono costrette nell’angustia di un corridoio; e, a essere severi, non sono organiche con il resto delle opere esposte, tutte d’arte antica, fino all’Ottocento.
Così Brera – museo di rara bellezza, nel quale si respira l’eccellenza dell’arte in un ambiente architettonico di pari livello – s’indebolisce e non riesce, con una giusta offerta di mostre, eventi culturali e servizi, ad attirare il pubblico che meriterebbe.
Il commissario straordinario Mario Resca, nominato alla fine del 2009 dal Governo proprio per condurre in porto l’operazione immane della Grande Brera, ricorda che nel museo i visitatori sono circa 250 mila all’anno, quando al Louvre – il più autorevole riferimento nel settore – sono 8,5 milioni. Ma i Raffaello, i Caravaggio, i Mantegna, i Bellini conservati a Milano valgono molto più di un trentesimo del più famoso museo del mondo.
I numeri recenti, poi, sono avvilenti: tra il 2010 e il 2011 sono addirittura calati significativamente sia i visitatori che gli introiti.
Il palazzo di Brera, di proprietà dello Stato, costruito nel XVII secolo dai Gesuiti, solenne, massiccio, opulento, di spazio ne ha tanto: è un condominio nel quale convivono parecchie istituzioni, dalla Biblioteca braidense all’Osservatorio astronomico, all’Orto botanico, all’Istituto lombardo di scienze e lettere. Ma gli inquilini più importanti sono la Pinacoteca e l’Accademia di Belle arti, la storica scuola oggi frequentata da quattromila studenti, molti dei quali provenienti dall’estero.
Nel tempo si è andata formando un’idea: trasferire l’Accademia e allargare la Pinacoteca, creando appunto la Grande Brera; dare spazi più dignitosi a entrambe, sacrificando la centralità cittadina della scuola.
Il dibattito negli anni è ciclicamente andato avanti e si è arenato, perché il trasferimento ha sempre trovato ostacoli; a conferma, detto per inciso, che di fronte a un’innovazione qualunque parte di popolazione, anche la più intellettualmente avanzata come quella costituita dagli studenti di belle arti, è per sua natura conservatrice. Certo, alla faccia dell’idea di un trasferimento in blocco alla Bovisa, la periferia del Politecnico e dei gasometri, come non comprendere la preoccupazione dei giovani artisti di passare dalla bellezza dei chiostri al panorama metallico della vecchia industria?

La “cricca“ e i fondi scomparsi
Il dibattito non si è mai interrotto, tra manifestazioni, prese di posizione, dinieghi; ma è sempre rimasto un ribollire a fuoco lento, quasi un lontano brusio nel rumore della città. Poi, un’accelerazione: il 30 dicembre 2009 il Governo (Brera è un museo statale) nominò Mario Resca commissario straordinario per la realizzazione della Grande Brera, con il preciso intento di semplificare le procedure e di dare al progetto il necessario impulso di energia.
La spinta veniva anche dall’evento in calendario a Milano nel 2015: l’Expo. La Grande Brera, si è pensato, potrà aumentare l’offerta della città verso i visitatori.
Resca ricopriva già da qualche tempo la carica di direttore generale del ministero dei Beni culturali con lo specifico incarico di valorizzare il patrimonio. Uomo d’azienda (per anni ha guidato McDonald’s in Italia), manager avulso dal burocratismo ministeriale, come pochi poteva avere le competenze e il decisionismo giusti in una situazione così complicata, nella quale metter ordine. Al ministero, a suo tempo, Resca era stato accolto come un corpo estraneo, quasi come un nemico per le sue logiche d’impresa; ma mai nessun avversario ha dubitato della rettitudine sua e dei suoi comportamenti. Questo va detto perché fu proprio il commissario Resca a nominare il “soggetto attuatore”, una specie di coordinatore responsabile dell’intervento, per il progetto della Grande Brera. Su indicazioni, o forse su pressioni, del potere politico la scelta cadde su Mauro Della Giovampaola, ingegnere, 44 anni all’epoca, funzionario ministeriale. Della Giovampaola, tra le altre cose, era il “coordinatore dell’unità tecnica di missione per la realizzazione delle infrastrutture per le opere per i 150 anni dell’Unità d’Italia”. Sembrava l’uovo di Colombo: la Grande Brera fu inserita nel programma dei 150 anni, e in questo ambito fu individuato un finanziamento di 52 milioni di euro.
Il meccanismo sembrava così ben congegnato da far capire che se altro denaro fosse stato necessario, il sistema “emergenziale” dei Grandi eventi nel quale Brera era compresa non lo avrebbe fatto mancare. Milano doveva fare i conti con il calendario, e questa sembrava la via più diretta per arrivare puntuali all’appuntamento con l’Expo.
Ecco che cosa c’entra Brera con la “cricca”: il 10 febbraio 2010 Mauro Della Giovampaola viene arrestato, nell’ambito dell’inchiesta fiorentina sugli appalti per il G8 alla Maddalena, insieme ad altri tre personaggi che faranno cronaca per molti mesi: Angelo Balducci, presidente del Consiglio superiore di lavori pubblici, l’imprenditore Diego Anemone, quello della casa vista Colosseo dell’ex ministro Scajola, e Fabio De Santis, provveditore alle opere pubbliche della Toscana. Della Giovampaola in quel momento è anche soggetto attuatore per il progetto Nuovi Uffizi. L’accusa per tutti: corruzione continuata, in concorso. Per un’infelice concomitanza, quel 10 febbraio di due anni fa il sogno della Grande Brera si rompe in maniera forse irreparabile. Almeno in questa fase.
Resca ha immediatamente sostituito Della Giovampaola, nel suo ruolo tecnico, con l’architetto Ruggero Martines, proveniente dal ministero dei Beni culturali. E ha continuato a lavorare con lena. Al punto che ha messo a segno un risultato di cui nessuno, prima di lui, era stato capace: mettere d’accordo gli inquilini del palazzo, impresa più ardua di qualunque assemblea condominiale. Ha individuato per l’Accademia una sede ben più nobile della Bovisa: l’ex caserma di via Mascheroni, un complesso centrale, vastissimo (20mila metri quadrati) e di buon livello edilizio, nel quale l’Accademia potrebbe (o potrà) trovare sviluppo come “campus” e aprirsi ancora di più alla partecipazione di giovani artisti italiani e stranieri. E – in una storica seduta del 29 luglio 2010 – ha ottenuto l’assenso e le firme di tutte le parti in causa, alla presenza di ben tre ministri, quello della Difesa (Ignazio La Russa), titolare della caserma, quello dei Beni culturali (Sandro Bondi), per la Pinacoteca, quello dell’Istruzione (Mariastella Gelmini) per l’Accademia. L’accordo prevedeva il trasferimento dell’Accademia in via Mascheroni (con il mantenimento di una presenza a Brera), l’espansione della Pinacoteca nella ex Accademia, il riordino dell’Orto botanico e il riutilizzo di Palazzo Citterio, un bell’edificio settecentesco col fronte su via Brera, anch’esso di proprietà statale e coinvolto nel nuovo polo culturale. Il progetto di massima esiste già, firmato da uno degli architetti italiani di maggior fama nel mondo, che nel 2009 ha vinto la gara internazionale per la sistemazione di Brera: Mario Bellini, progettista tra l’altro del nuovo dipartimento delle arti islamiche del Louvre.
Ma – ops! – mentre si otteneva l’accordo, i soldi intanto erano spariti. Volatilizzati dall’inchiesta sui grandi eventi. Sui finanziamenti ottenibili nell’ambito delle celebrazioni per i 150 anni è caduto il silenzio, mentre le ristrutturazioni della caserma e di palazzo Citterio facevano lievitare le previsioni di spesa al doppio o al triplo di quei 52 milioni iniziali.
Resca cominciò prima a lamentarsi: «Sono l’unico commissario senza un soldo». Poi, all’inizio del 2011, l’allarme: «O arrivano 30 milioni entro luglio, oppure addio Grande Brera, almeno per l’Expo».
È passato luglio, agosto, settembre, se n’è andato l’autunno, è arrivato l’inverno e per Brera non si è visto un euro.
E i privati? Una “cordata internazionale”, mai ben identificata, era stata annunciata da Letizia Moratti, appena reduce dalla scottatura elettorale. Ma l’idea di finanziare la Grande Brera è durata l’espace d’un matin, coi maligni che dicono che i privati avrebbero voluto “appropriarsi” di Brera a condizioni inaccettabili per lo Stato.
Della Grande Brera sta cercando di occuparsi anche l’assessore alla Cultura della giunta Pisapia, l’architetto Stefano Boeri, rivendicando il ruolo della città per il suo museo più importante; sua la richiesta al Politecnico di uno studio di fattibilità e dei costi relativi.
Ma un fatto è certo: «Se la realizzazione della Grande Brera dovrà dipendere solo dalle istituzioni romane», avverte la Soprintendente di Brera Sandrina Bandera, «non la si farà mai».
Oggi la situazione è in un pericoloso stallo, ancora più stridente se si pensa che un gruppo bancario come Intesa Sanpaolo (che di Brera è quasi un vicino di casa) ha realizzato il proprio eccellente museo, le Gallerie d’Italia in via Manzoni, in un anno soltanto.
I soldi per realizzare un Louvre milanese non sono arrivati; mentre, nel silenzio, a qualcuno potrebbe venire in mente di rimettere in discussione gli accordi rimasti sulla carta, rinviando, come in un gioco dell’oca, tutto all’inizio e a un futuro non immaginabile.
I quesiti di fondo che oggi ci si pone sono due: si farà la Grande Brera, quel progetto che dovrebbe destinare a Pinacoteca tutto il palazzo, sgombrato dell’Accademia, da unire idealmente, attraverso l’Orto botanico, a Palazzo Citterio, creando uno dei più importanti poli culturali d’Italia e d’Europa? E c’è, come talvolta accade nei grandi progetti, un Piano B da spendere più in fretta, rinunciando ad alcune ambizioni nel nome di un sano pragmatismo?

Presto. Un Piano di riserva per il 2015!
La prima risposta è problematica. Nel senso che in un momento di crisi profonda come quella che sta attraversando l’Italia forse di priorità ce ne sono altre: mentre Pompei si sbriciola, Brera non ha emergenze edilizie, muri che crollano o tetti che spandono. Certo, l’ordinaria amministrazione, se trascurata, diventa straordinaria. Ma Brera, anche così com’è, affollato di opere, grazie all’energia dei suoi capolavori resta un museo straordinario, che onora Milano anche senza ascensore, senza auditorium e senza ristorante. Il piano B, suggerito dallo stesso architetto Bellini “piante alla mano”, c’è e mette d’accordo un po’ tutti, dal commissario Resca alla Soprintendente Bandera, ai quattromila studenti che vedrebbero allontanarsi l’incognita di un trasloco.
Si tratta di partire dal riutilizzo di Palazzo Citterio, oggi vuoto, nel quale alcuni lavori furono già fatti negli anni Novanta. Mancano gli impianti, sono quattro piani senza ascensore, vanno rifatti i pavimenti, le scale non sono a norma, le porte sono accatastate. Ma già sono state realizzate due grandi cantine più due piccoli auditori con ingressi autonomi.
«Può essere uno spazio utile alla città», dice convinta Sandrina Bandera, «io partirei da qui». Concorda Mario Resca, secondo il quale «12-15 milioni potrebbero essere sufficienti», una cifra più facilmente recuperabile rispetto ai 150 presunti per l’intero progetto. Immagina la Bandera: «Porterei a Palazzo Citterio tutto il Novecento, a cominciare dalle collezioni Jesi e Vitali; in tutto, qualche centinaio di opere, comprese sculture, disegni e incisioni, che potrebbero essere collocate in un piano. Un altro piano potrebbe essere dedicato alle mostre temporanee, un’attività che dà vivacità al museo ed è fonte di entrate: gli spazi potrebbero essere affittati a terzi, per mostre di qualità. E nei sotterranei potrebbe essere collocata la biblioteca della Soprintendenza, ricca di oltre 30 mila volumi, da rendere disponibile al pubblico in apposite sale di consultazione».
Gli addetti ai lavori concordano che il restauro di Palazzo Citterio, se avviato senza esitazioni, potrebbe essere completato in tempo per l’Expo del 2015, con un costo relativamente contenuto.
Forse è ragionevole pensare che su questa “Quasi-Grande-Brera” è opportuno concentrarsi per non perdere una grande occasione di visibilità internazionale. Come si dice a Milano, «piutost che nagott, l’è mej piutost»: (piuttosto che niente meglio piuttosto).

Paolo Stefanato
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