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Amianto. Il peggio deve ancora venire

La sentenza di Torino in cui sono stati condannati a sedici anni i vertici della Eternit è storica. Tuttavia pochi sanno che il picco dei decessi è atteso per il 2015 e che il censimento (e smaltimento) dell'amianto prosegue a rilento
Amianto. Il peggio deve ancora venire

Disastro doloso permanente e omissione dolosa di misure antinfortunistiche. E’ con queste motivazioni che lunedì 13 febbraio il Tribunale di Torino ha condannato a sedici anni di carcere il miliardario svizzero Stephan Schmidheiny, 65 anni, e il barone belga Louis De Cartier, 91 anni.
Una sentenza storica, come hanno sostenuto tutte le parti in causa, condita da risarcimenti milionari per i familiari delle vittime, le associazioni che si sono costituite parti civile, l’Inail e i comuni di Casale Monferrato e Cavagnolo.
Tuttavia è una sentenza che non cancella trent’anni di noncuranza e le cui conseguenze devono ancora manifestarsi. Come aveva documentato la nostra giornalista Cristina Forghieri in un pezzo pubblicato sul numero di Espansione del novembre 2011, il picco di mortalità è atteso nel 2015 e rimozione e smaltimento sono processi ancora lontani dall’essere perfezionati.

Lo smaltimento (im)possibile

A quasi vent’anni dalla sua messa al bando, l’amianto resta un problema. E il peggio deve arrivare: il picco della mortalità per mesiotelioma, il tumore maligno della pleura causato dall’amianto, è previsto a partire dal 2015. La malattia parte lentissima e si manifesta anche a 40 anni di distanza dalle esposizioni al minerale. E non basta. L’amianto ancora in giro per l’Italia è un’enormità. Dati parzialissimi parlano di almeno 50 mila edifici che prima o poi andranno bonificati. Tra processi in corso, come quello di Torino che vede da una parte la svizzera Eternit e dall’altra i familiari dei morti di Casale Monferrato, e quelli che partiranno a breve come a Milano dove sono stati rinviati a giudizio 11 dirigenti della Pirelli per i 24 lavoratori deceduti per aver respirato sul luogo di lavoro le fibre killer, i morti non mancano. Oltre 9 mila quelli italiani accertati dal 1993 al 2004 (i dati del quinquennio successivo saranno disponibili solo nel 2012), sono sparsi po’ in tutte le Regioni, con il Piemonte in testa. È l’ex Ispesl, oggi Inail, che ha coordinato il Registro nazionale dei decessi per amianto, a stimare i danni che devono ancora arrivare.
Il calcolo – spiega il responsabile del Registro, Alessandro Marinaccio – si basa sui volumi di amianto prodotti e distribuiti in Italia negli anni ’80 e sui lunghi periodi di incubazione di questo particolare tipo di tumore incurabile.
Nel frattempo, perdura il mistero su quanto amianto, in fibra o inglobato nel cemento, sia tuttora in circolazione e quale sia il suo stato di conservazione. La normativa del 1992 che metteva al bando l’amianto dava 180 giorni alle Regioni per dotarsi dei piani di censimento, bonifica e smaltimento dei manufatti incriminati. A vent’anni di distanza, Puglia e Molise mancano ancora all’appello. Le altre sono chi più e chi meno (la Lombardia) tutte in ritardo. Bonifiche, di scuole, edifici pubblici e privati, sono state fatte. Ma sulle quantità ancora da affrontare circolano solo stime. Ci sono quelle del Cnr e dell’Inail che, per le sole onduline in eternit utilizzate per le coperture, parlano di 32 milioni di tonnellate. I dati (parziali) delle Regioni quantificano in 50 mila il numero degli edifici pubblici e privati da bonificare per un totale di 100 milioni di mq di strutture in cemento amianto e di almeno 600 mila mc di amianto friabile. D’altronde l’Italia è stata uno dei principali produttori di amianto al mondo. In Europa siamo stati secondi solo alla Russia: potevamo contare sulla più grande miniera europea di amianto bianco, quella di Balangero (To). E non ci siamo fatti mancare nemmeno le importazioni, anche delle versioni più nocive come l’amianto blu delle miniere di Australia e Sud Africa.
L’opinione pubblica sa poco. Per esempio, il riconoscimento ufficiale del rapporto tra mesiotelioma e amianto da parte della comunità scientifica risale al 1964 e molti Paesi – tra cui Stati Uniti, Australia e Gran Bretagna – già a partire dai primi anni ’70 avevano smesso di utilizzarlo. L’Italia invece si è regalata un decennio e più di produzione e consumo: la materia prima costava poco, aveva un’elevata resistenza a fuoco, calore e usura, e generava generosi profitti. Inglobato nel cemento è servito a fabbricare tettoie, cisterne e tubazioni. Come fibra è stato impiegato nella produzione di coperte antincendio, freni e guarnizioni, mentre come isolante è stato utilizzato ovunque: fabbriche, abitazioni, treni e navi. La svizzera Eternit, che dal 1901 deteneva il brevetto del fibro cemento, ha sostituito il minerale killer con altri materiali nel 1992. Ed Eternit continua a prosperare guidata dalla stessa famiglia.
Curiosità: l’attuale rappresentante della proprietà si distingue per essere un convinto ambientalista. L’amianto continuerà a rappresentare un rischio per la salute anche “grazie” a manufatti abbandonati nei campi, lungo i fiumi o in discariche come quella scoperta di recente in provincia di Taranto. C’è poi chi se ne libera nottetempo, anche in città, magari vicino ai cassonetti della spazzatura. Questo comportamento, favorito dagli alti costi dello smaltimento, rappresenta la prima causa delle cosiddette “morti inconsapevoli”, in aumento: le vittime senza saperlo si sono trovate a respirare le fibre di amianto sospese nell’atmosfera e rilasciate dai manufatti smaltiti senza protezione. Nessun rischio invece per l’immersione in acqua (allo smaltimento fai da te piacciono anche i laghi), dato che l’amianto non è solubile e la sua eventuale ingestione sembrerebbe non dannosa, visto che le fibre sono eliminate con la digestione. L’alto costo dello smaltimento dipende dal fatto che servono ditte specializzate, accreditate a effettuare le delicate operazioni di smontaggio e trasporto, che comportano il preventivo trattamento del materiale con speciali fissativi e la sua copertura con fogli di polietilene. Ciò nonostante, pur essendo ancora pieni d’amianto, siamo molto carenti come numero di impianti di smaltimento. Le regioni dotate di almeno un sito sono poche: Abruzzo, Basilicata, Emilia Romagna, Friuli, Liguria, Piemonte, Sardegna e Lombardia, che è in fase di individuazione di nuovi siti, in quanto la discarica di Cavriana (Mn) si è esaurita nell’agosto del 2009. In Sardegna è stato in funzione l’impianto sperimentale “Aspireco”, dove l’amianto, sia compatto che friabile, è stato riscaldato sino a farlo cristallizzare in modo da renderlo innocuo e riutilizzabile per fondi stradali o altri usi edilizi. Per l’amianto in fibra invece siamo proprio a zero, tanto che viene tutto inviato in Germania e in Austria, dove lo sotterrano in miniere esaurite.
Secondo Paolo Centola, docente di ingegneria chimica ambientale del Politecnico di Milano, quella adottata in Sardegna è la soluzione preferibile: a fronte di costi poco superiori a quelli della discarica, ha il vantaggio di non consumare territorio, di non avere bisogno di controlli periodici e di risolvere per sempre il problema dell’amianto, eliminandolo.
È davvero così semplice? Sul fronte dei perplessi c’è Sergio Testa, che è stato direttore tecnico della discarica lombarda di Cavriana.
«Si tratta di impianti sperimentali e non molto diffusi. Servirebbe una casistica maggiore per verificare con certezza l’assenza di fibre nelle emissioni dei forni dove l’amianto viene trasformato. Di certo in Europa la discarica resta la soluzione più praticata. E non drammatizzerei il problema del consumo di territorio. In Italia le cave dismesse sono numerose. In un modo o nell’altro bisognerà pure riempirle».
Morale? Tra comportamenti incivili dei cittadini, ritardi degli enti locali, carenze di impianti e scarsità di fondi, l’amianto non cesserà di essere un problema da gestire. Fino a quando, non si sa.

Passeggiate pericolose
Il 70% dei tumori dovuti all’amianto sono stati contratti sul luogo di lavoro: fabbriche del comparto dell’amianto e cantieri navali. Il restante 30% si divide tra persone che risiedevano vicino a questi impianti, familiari dei lavoratori che hanno respirato le fibre d’amianto portate a casa sugli abiti da lavoro e chi ha maneggiato per piccoli lavori domestici manufatti non integri o chi non si è accorto che la tettoia del capanno degli attrezzi in giardino era danneggiata e stava rilasciando polveri. Ma ci sono anche coloro – e questo numero di persone è in aumento – che non si sono accorti, mentre stavano lavorando nei campi o facendo una passeggiata lungo l’argine del fiume, di inalare con la brezza proveniente da chissà dove fibre di amianto rilasciate da materiale abbandonato. Il conteggio sarà materia delle prossime statistiche.

Redazione
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