Pubblicato il 31 ottobre 2011.
Bilancio domestico da fare quadrare? Non ci resta che tirare la cinghia. E le prime a saltare saranno, probabilmente, le spese per “Viaggi e vacanze”. Magari non vi si rinuncia in toto. E se c’è da tagliare qualcosa, si sacrificano prevalentemente le vacanze invernali che, a differenza di quelle estive, considerate sacre, possono saltare a favore della quadratura del budget familiare. Questo deve aver pensato, lo scorso inverno, il 6% dei frequentatori delle località sciistiche italiane, scesi da 10,86 a 10,25 milioni con un volume d’affari in calo dell’8,8%, stando ai dati di Federalberghi.
Allarme rosso, quindi, per le società impiantistiche che faticano ad ammortizzare gli investimenti, soprattutto quelle piccole.
Non è una novità: spesso i bilanci sono in passivo. Il sistema impiantistico, il complesso di skilift, cabinovie, seggiovie, apparati per la preparazione delle piste e della neve programmata, costituisce perlopiù una voce di spesa anziché di ricavo nell’impresa-sci. Nel corso degli anni i costi di gestione sono aumentati vertiginosamente risicando all’osso gli utili.
È Franz Perathoner, direttore di Dolomiti Superski, a ricordare la regola aurea del settore: la formula 30-30-30. In Europa s’è calcolato che, su 100 società impiantistiche, 30 vanno in rosso, 30 pareggiano e 30 fanno profitti. Come sono andati gli affari per Dolomiti Superski?
«La nostra è una realtà unica a livello europeo. Conta 129 società che gestiscono 450 impianti. Si tratta di società piccole e ben consolidate, in genere a conduzione familiare. Accade che il proprietario dell’impianto sia anche albergatore, e spesso il fatturato complessivo nasce dalla combinazione delle due attività».
Perathoner da 32 anni è al timone di un comprensorio che vanta 1.200 chilometri di piste, 320 mila posti letto, 12 zone sciistiche dalla perla delle Dolomiti, Cortina d’Ampezzo, all’austera Arabba, tecnicamente assai più interessante per lo sciatore duro e puro. Numeri interessanti anche per il fatturato: 380 milioni di euro. Tuttavia il calo di vendite delle giornate di sci (10.309.575 in totale) corre in parallelo con il calo delle presenze, -2,33%. Nella scorsa stagione il calo del turismo invernale ha interessato tutto l’arco Alpino e l’Europa, a eccezione del Tirolo che ha conosciuto un aumento degli arrivi sia pure compensati dal calo dei pernottamenti. In sintesi: più gente dell’anno prima ma vacanze più brevi. Lo scorso inverno 26,50 milioni di persone hanno praticato sport invernali nel Land Tirol che ha assorbito quasi metà dell’intero mercato austriaco. Questo Land è diventato il modello a cui l’industria dello sci fa riferimento. Gli impianti sono al top in Europa, veri gioielli di ingegneria e design, come la Galzigbahn di St. Anton o la Gaislachkogelbahn di Sölden. Gli hotel, cui si aggiungono ottimi bed & breakfast e gasthaus, offrono un rapporto qualità-prezzo che difficilmente si incontra negli altri Paesi europei. Bisogna ammettere che l’impresa-sci è nel dna austriaco, fa parte della tradizione e della vita quotidiana tirolese. Al contributo genetico si somma quello finanziario pubblico, pari al 5,2% degli investimenti.
Per la verità, nella regione austriaca della Carinzia c’è stata una lieve flessione del numero degli arrivi sebbene, in totale controtendenza, il flusso degli italiani sia andato aumentando. Specie a Bad Kleinkirchheim e Hermagor/Passo Pramollo.
Flessioni a parte Johanna Novak, dell’ufficio turistico della Carinzia, afferma che da loro la regola del 30-30-30 è sostituita da quella del 60-20-20: il 60% dei comprensori raccoglie profitti, il 20% va in pareggio e il 20% in rosso.
Seconde case, una politica suicida
In Italia, la parte del leone nell’industria dello sci la fa il Trentino Alto Adige con il 36% della domanda. Seguono Piemonte e Abruzzo col 9,8%, Valle d’Aosta con il 9,4% e infine Lombardia con il 7,9%.
Eppure, Perathoner lamenta che «Manca sensibilità dall’alto. I locali sono consapevoli dell’importanza del turismo, mentre quelli che decidono non provengono dalle nostre aree e non ne capiscono fino in fondo i bisogni».
Ma ammettiamolo, il problema italiano, in realtà, è che troppo spesso manca una sensibilità anche dal basso. Vedi la politica dissennata delle seconde case, a scapito di infrastrutture pensate per ospitare un giro più ampio di clientela. Questa è la scure che si abbatte sul giro d’affari di località che si riempiono il sabato e domenica svuotandosi per il resto della settimana.
«In Austria», dice ancora Perathoner, «si è puntato da subito su un sistema di hotel. Ora non so, ma per anni solo i residenti potevano acquistare una casa».
A fare la differenza in Austria, c’è poi il senso della comunità, «per esempio se un comprensorio austriaco richiede nuove aree per i parcheggi, sa di poter contare su un piano regolatore a suo favore. Qui ogni metro quadro viene pagato a peso d’oro».
La realtà italiana, si sa, è rigorosamente a macchia di leopardo. C’è chi non solo non rientra nel calo medio del fatturato, pari al -6%, ma addirittura ha toccato un +2%. È il caso di Madonna di Campiglio: 150 chilometri di piste, 60 impianti, 25 milioni di fatturato.
«Negli ultimi tre anni le presenze sono aumentate, abbiamo chiuso con 10 milioni di passaggi per stagione», ci spiega Francesco Bosco, direttore della locale società di impianti. «Abbiamo avuto una flessione del turismo pendolare, compensata da un aumento delle settimane bianche». Certo, qui il target della clientela è piuttosto alto, quindi meno provato dalla crisi. Poi, al di là del comprensorio in sé, Campiglio punta su diversi elementi di attrazione. Tanto per cominciare, il 18 dicembre torna la Coppa del mondo, il che vuol dire un aumento della visibilità. A gennaio, scatta il classico appuntamento con i campioni della Ferrari e Valentino Rossi, che per una settimana – mimetizzati a dovere – scieranno a Madonna. In sostanza, Campiglio ha i conti a posto.
Forse perché qui siamo in Trentino, dunque pioggia di contributi?
«Il nuovo collegamento Pinzolo-Campiglio è stato finanziato dalla provincia di Trento. Ma noi, come impianti, non abbiamo nessun contributo straordinario se non un 7,5%, comunque stanziato per la media industria, su investimenti oltre 300 mila».
Il faticoso inverno svizzero
Investimenti a pioggia sono stati operati nel comprensorio Adamello ski, a confine tra Lombardia e Trentino, 34 impianti al servizio di cento chilometri di piste. Si va dai 1.100 metri di quota di Ponte di Legno-Temù ai tremila del ghiacciaio Presena. Lo scorso inverno, questa è stata la località più innevata d’Europa. Eppure ha avuto un calo di presenze. Adamello Ski ha cambiato pelle all’alba del Duemila, grazie alla strategia dell’oculata amministrazione di allora. Ora il problema sta nel mantenere il mercato conquistato con la novità, che ormai non è più novità, del rilancio.
Impresa non semplice considerata la politica miope delle seconde case condotta a Ponte di Legno. Da settembre 2011 c’è un nuovo direttore, Giovanni Malcotti. Proviene dal golf, però ha ben chiaro che «la modernità degli impianti e le piste sempre innevate un tempo costituivano un valore aggiunto. Oggi questo viene assicurato da qualsiasi comprensorio, quindi bisogna lavorare anche sulla costruzione di una propria immagine, che si identifichi con il prodotto turistico.
Serve continuità negli investimenti, sia commerciali sia di comunicazione, per un periodo di almeno tre anni prima di ottenere qualche risultato».
Consola sapere che pure in un Paese a vocazione sciistica come la Svizzera, l’ultimo inverno è stato faticoso. Il caso di Verbier, nella top 5 dei comprensori di prestigio d’Europa, paradiso dei freerider.
«Nel pieno della stagione contiamo anche 18.600 sciatori al giorno, circa 1,15 milioni in tutto il periodo», spiega Eric Balet, direttore di Téléverbier, società quotata in Borsa. «Siamo privati, anche se alcuni comuni hanno acquistato il 25% delle nostre azioni. Non abbiamo nessun contributo governativo, anzi, paghiamo l’affitto del terreno sciabile. Negli ultimi sette anni, esclusa la scorsa stagione, abbiamo avuto i migliori risultati nella storia di Verbier. Purtroppo, la Pasqua tardiva e un inverno poco innevato hanno influito negativamente. Ma lo stesso, siamo in attivo di 2,5 milioni».
A Verbier sono previsti nuovi investimenti, a sostegno dei progetti di ampliamento della rete di impianti e di eventi collaterali. Eventi legati innanzitutto al sempre più richiesto after-ski, attività in cui è maestra inconfondibile la località tirolese di Ischgl che, da Ibiza delle Alpi, attrae frotte di sciatori con concerti e spettacoli evento (tra gli ospiti, anche Elton John). Perché l’industria dello sci ha visto crescere fortemente la cornice di offerte complementari all’esercizio del puro sport. Un corredo fatto di centri di benessere, escursioni con ciaspole, cavalli, cani e motoslitte. E più il ventaglio di offerte è ampio, più sale l’appeal della località, dunque il fatturato. Altro comprensorio nella top 5 d’Europa è Chamonix, che ha chiuso l’anno con +3% di fatturato.
«Nel corso del tempo», spiega Juliette Boivin dell’Ufficio del turismo di Chamonix, «la gestione degli impianti è passata dal pubblico al privato. Non solo non riceviamo sostegni governativi, ma la compagnia di impianti deve cedere il 5% del fatturato al comune».
Là dove sciano gli americani
Ma come vanno le cose nel paradiso sciistico e snowbordistico oltreoceano, e cioè in Canada? Altro mondo, altra politica. Con l’eccezione di poche località, come Whistler che ha ospitato le ultime Olimpiadi invernali, la qualità degli impianti è decisamente inferiore rispetto a quella europea. Così come non serve un grande dispendio di energie nella preparazione delle piste: ai canadesi e americani piacciono un poco selvagge, con gobbe anziché lisce e fresate a regola d’arte come si richiede in Europa (con i conseguenti costi).
Il tutto è poi compensato dalla ricchezza del terreno sciabile e dalla qualità della stessa neve: la famosa “polvere canadese”. Negli ultimi venticinque anni, in Canada a far da bussola per le operazioni sulla neve è stato il mercato edilizio. E in particolare un colosso di nome Intrawest, azienda che aveva 24.800 dipendenti, attiva dal 1976 come compagnia immobiliare, ceduta cinque anni fa alla Fortress Investment Group. Negli anni Ottanta, Intrawest iniziò a comprare, uno a uno, i comprensori più interessanti del Canada e Usa: Balckcomb (1986), Tremblant (1991), Panorama (1993), Stratton Mountain (1994), e poi Mammot (in California). L’impero, evidentemente dai piedi d’argilla, ora si sta disgregando. Panorama, per esempio, dall’anno scorso si è resa indipendente. Ne parla Ken Wilder, da 35 anni nell’industria dello sci canadese, fra gli ultimi incarichi proprio quello di sales manager a Panorama, nel British Columbia: comprensorio che ha ospitato la Coppa del Mondo di sci.
«Dal Duemila, in tutto il Canada, abbiamo assistito al fiorire di località sciistiche, o meglio, direi che c’è stata una esplosione edilizia. Ora però il mercato è fermo, anzi in tante località rimangono appartamenti invenduti o sfitti. Il dollaro canadese si è rafforzato quindi durante l’inverno tanti canadesi vanno in vacanza al mare. Mentre proprio a causa della debolezza del dollaro americano abbiamo perso parte degli statunitensi».
Panorama è indipendente da un anno. Svincolata dal gigante Intrawest, si deve reinventare.
«Soprattutto, dobbiamo costruire una mentalità di appartenenza del comprensorio al nostro territorio, fino a ora abbiamo visto villaggi costruiti a beneficio dell’industria edilizia, ora i benefici devono essere dirottati su quella turistica. Credo sia opportuno guardare, in tal senso, al modello europeo. Coinvolgere il più possibile le comunità locali».