La Scienza in Campo

Le sfide dell'agricoltura moderna nel convegno di Espansione che l'8 maggio ha aperto il salone TuttoFood

Spenti i riflettori, il colossale agricoltore Silvano dalla Libera, un omone forgiato dal lavoro nei campi e dalle mille battaglie per poter «essere io a decidere cosa seminare nel mio campo, Ogm compreso», abbraccia la tenace avversaria che gli aveva fin lì tenuto testa: Paola De Majo, giovane avvocato di Coldiretti che si è strenuamente opposta al transgenico in nome del principio di precauzione, di considerazioni puramente economiche e dell’impressione che le fanno le frontiere estreme della ricerca, come «la mucca transgenica che fa latte materno umano».
L’arena era la tavola rotonda “Bio o Ogm, un falso problema?” moderata da Nicola Porro, vicedirettore de Il Giornale ed editorialista di Espansione, il mensile che ha organizzato il convegno “La Scienza in Campo”: Una intera giornata, domenica 8 maggio, dedicata ai complessi rapporti tra scienza e agricoltura. Il convegno di Espansione ha aperto il salone TuttoFood a Fiera Milano Rho. I lavori sono cominciati con la cerimonia del taglio del nastro, a cui hanno partecipato l’editore di Espansione, Paolo Berlusconi, il Presidente di Fiera Milano Michele Perini, l’amministratore delegato Expo 2015 Giuseppe Sala, l’assessore al bilancio Comune di Milano Giacomo Beretta e il consigliere del Ministero delle Politiche Agricole e Forestali per Expo 2015 Gianantonio Arnoldi.
Le prime riflessioni le ha offerte Dario Bressanini, scienziato e divulgatore, che si è messo d’impegno per demolire tutte le nostre certezze sui tesori gastronomici della tradizione: chi l’avrebbe detto che il piatto principe della dieta mediterranea, gli spaghetti al pomodoro, sono frutto della ricerca più avanzata? Il grano da pastasciutta è in gran parte figlio di un esperimento degli anni ’50 all’istituto nucleare della Casaccia di Roma: proprio come un supereroe da fumetti, il grano che mangiamo tutti i giorni nasce da semi esposti alle radiazioni del Cobalto 60, che ne hanno rimaneggiato profondamente – e a caso, al contrario di quel che oggi fa l’Ogm – il corredo genetico dando vita al frumento che conosciamo oggi, fatto di piantine basse e chicchi ricchissimi. E anche il pomodoro, o meglio il pomodorino di Pachino, un Igp di cui andiamo giustamente fieri, non esiste in natura e non è per nulla siciliano. Intendiamoci, non è un Ogm, ma è comunque una pianta hi-tech, nata sul finire degli anni ‘80 nei laboratori dell’israeliana Hazera Genetics. L’elenco potrebbe continuare, moltissime sono le piante che solo cinquant’anni fa non esistevano: dai mini-cocomeri per single, grandi come meloni, al pompelmo rosa, alle zucchine moderne, nate per caso dalle parti di Milano, ai cavolfiori multicolori, gialli e arancioni. «La tradizione? È un’innovazione riuscita», sintetizza con una battuta Bressanini.
La scienza è dunque strettamente connessa con la produzione di cibo, e di ciò è convinto anche il professor Francesco Salamini, del Comitato Scientifico Expo 2015: «Se volessimo tornare a un’agricoltura non scientifica, dovremmo mangiarci tutte le praterie, tutti i pascoli e gran parte delle foreste». Poi mette l’accento sulle più moderne tecniche per migliorare le rese agricole. Come la selezione genetica: oggi che conosciamo il genoma completo di molte piante importanti per l’alimentazione degli uomini e degli animali, si possono operare incroci e selezioni per ottenere piante che hanno solo i geni desiderabili e non quelli negativi. «Una tecnologia che non ha nulla a che fare con l’Ogm» dice Salamini, e continua: «un campo di ricerca molto promettente, ma estremamente costoso».
Già, i costi: chi si occuperà di finanziare la ricerca e l’innovazione nell’agroalimentare? Rocco Corigliano, consigliere del Consiglio d’Amministrazione di Fondazione Cariplo, parla del fondo Ager, un associazione tra 13 fondazioni bancarie che ha un tesoretto quasi 30 milioni da investire nella ricerca nei comparti ortofrutticolo, cerealicolo, vitivinicolo e zootecnico, a ulteriore conferma di quanto sia centrale il ruolo della scienza in campo. Noi italiani siamo ben consapevoli della sua importanza, il 90% di noi concorda sul fatto che “scienza” e “agricoltura” siano concetti complementari, emerge dal sondaggio esclusivo che Espansione ha condotto con Interactive Market Reesearch su un campione di mille italiani rappresentativi della popolazione del nostro paese.
La scienza: brava a studiare, ma non a comunicare
Ma pensiamo anche che al momento di divulgare le loro ricerche, gli scienziati non siano molto efficaci: meno della metà di noi si ritiene “molto” o “abbastanza” soddisfatto di come i ricercatori comunicano i risultati del loro lavoro. E i media fanno ben di peggio, qui chi è “molto” o “abbastanza” soddisfatto crolla a poco più di un intervistato su quattro. «Il fatto è che anche comunicare è una scienza» dice la professoressa Marisa Porrini, preside della facoltà di Agraria. «Noi che insegniamo facciamo un po’ di palestra con gli studenti, ma siamo abituati a un tipo di comunicazione molto diversa da quella in pillole che si fa in televisione». Roberto Defez, dell’Istituto di Genetica e Biofisica del CNR, è uno dei rari casi di scienziati che “bucano” lo schermo e che si è fatto le ossa a forza di parlare di ogm in televisione: «Una volta una troupe del TG mi ha proposto un’intervista a casa mia», ha raccontato. «Per fortuna ho avuto abbastanza esperienza da chiedergli ‘quanti secondi?’. E la risposta è stata raggelante: 18!». Insomma, concordano Porrini e Defez, non sarebbe male se all’università si insegnasse anche a comunicare la scienza. E a proposito di insegnamento, Leonardo Vingiani, direttore di Assobiotec-Federchimica, fa una amara considerazione: «Da quando, nel 2000, da noi si è fermata la ricerca sul transgenico, visto che in Italia non si possono più coltivare gli Ogm nemmeno a scopo di ricerca, il mondo è andato avanti. È un peccato pensare che con l’enorme biodiversità del panorama agricolo italiano, il biotech potrebbe dare lavoro a tantissimi laureati e diventare protagonista e leader nell’esportare biotecnologie. Invece oggi nessuno più lavora ai prodotti tipici del nostro Paese, così in futuro dovremo affidarci alla ricerca delle nazioni che hanno una biodiversità simile alla nostra: Israele, la Spagna, e domani certamente il Nordafrica». Un assist per Defez, che commenta «e così, senza ricerca e innovazione, oggi il Made in Italy è fatto di filiere Ogm e prodotti importati dall’estero. Il paradosso è che gli Ogm che diamo alle nostre mucche e che entrano nella filiera dei prosciutti e dei formaggi dobbiamo comprarli all’estero e non possiamo coltivarli, anche se sappiamo che sono più sani, sicuri e controllati di qualsiasi cibo non transgenico».

Cibo buono e sano tra confezionamento, distribuzione e km 0
Ma non tutti condividono l’entusiasmo sugli organismi geneticamente modificati. «A proposito di Ogm, noi di Coop abbiamo un motto: prudenza e conoscenza» dice Vincenzo Tassinari, presidente comitato di gestione di Coop Italia. «La discussione e la ricerca continueranno per trovare la migliore alchimia per il consumatore e l’agricoltura italiana», dice, «ma vi raccomando equilibrio: la grande distribuzione sta sempre più diventando marca, una marca dietro alla quale i consumatori cercano i loro valori, personalità e istintività. Noi siamo tutto fuorché oscurantisti, collaboriamo con 40 università italiane. Ma i nostri consumatori vogliono mangiare cibi sicuri, prodotti nel rispetto dell’ambiente e dei diritti del lavoro. Una parte consistente di loro, di Ogm non ne vuol sapere. Punto. Dobbiamo rispettare la scelta del consumatore». E termina con una considerazione: «Sono convinto che la nostra agricoltura non vince sul prezzo, ma sulla qualità».
Il tema del rapporto tra la nostra agricoltura e la sicurezza alimentare viene ripreso da Paola De Majo,dell’ area Territorio e Ambiente di Coldiretti, che parla di come combattere la piaga della contraffazione alimentare e delle iniziative di Coldiretti per diffondere la cultura del cibo legato alle tradizioni locali, come «Campagna Amica, un’iniziativa per una filiera tutta italiana: prodotti del territorio, della tradizione e dalla stagionalità garantita. Una filiera corta, con meno intermediari, che aiuta anche l’ambiente». Alessandro Biagetti di Selex Sema, azienda specializzata nella tracciabilità del gruppo Finmeccanica, mette l’accento sulle complesse tecnologie che servono a ricostruire esattamente il percorso di ogni ingrediente di ciò che mangiamo. «Il problema è soprattutto la certificazione dei passaggi» dice Biagetti. «Eppure la sicurezza alimentare viene anche dalla tracciabilità dei cibi».
Oltre a essere buono e sicuro, il cibo deve essere anche per tutti. Lino Volpe, amministratore delegato di Avenance Italia, società di catering che dà da mangiare a milioni di persone, dagli scolari agli ospedali alle case di riposo, dice che «per essere per tutti, i pasti caldi devono costare poco». E racconta di come la tecnologia possa aiutare a dare pasti di qualità nonostante le gare d’appalto per i servizi di ristorazione mettano a disposizione sempre meno risorse. Oggi i pasti vengono preparati al momento e trasportati caldi. «Per abbattere i costi, sarebbe meglio invece usare la tecnica del cook and chill: cucinare e poi trasportare in frigorifero e scaldarli al momento di servirli. In questo modo le cucine potrebbero lavorare a ciclo continuo e il trasporto costerebbe meno. Ma bisogna convincere utenti e istituzioni: dire alle mamme dei bambini delle scuole che il pranzo dei loro piccoli è stato cucinato due giorni prima ma è altrettanto buono e sano di uno fatto al momento non è facile. Ma in Spagna ci siamo riusciti, così a Madrid, Barcellona e Paesi baschi l’86 per cento dei pasti sono cook and chill».
La tentazione della carne
Giovanni Ballarini, docente all’Università di Parma e autore del libro “la tentazione della carne”, ha raccontato in modo particolarmente brillante la sostenibilità della carne nella dieta, magari senza esagerare: «L’Uomo di Neanderthal mangiava un chilo di carne al giorno. Il nostro antenato, l’Homo sapiens, tre etti. Forse il Neanderthal si è estinto anche per questo, non trovava più prede» scherza. Anche oggi quadrare il cerchio tra etica, sostenibilità ambientale e sociale non è per niente facile. Ma la scienza aiuta ad allevare gli animali col minor impatto ambientale possibile, creando dei mangimi che non vadano in concorrenza con l’alimentazione umana, recuperando le deiezioni per farne energia e sfatando qualche mito: «per esempio quello che il gas intestinale dei bovini danneggi il clima. Questo gas viene dalla fermentazione dei vegetali, sottoprodotto dell’agricoltura. Se le vacche non li mangiassero, fermenterebbero lo stesso« dice. Giovanni Sorlini, della direzione qualità e sviluppo sostenibile Inalca, rilancia sul tema del recupero energetico: «Per noi lo sviluppo sostenibile non è un costo» dice «ma è un vero e proprio fattore di sviluppo competitivo. E racconta di come il Gruppo Cremonini stia sviluppando una tecnologia innovativa di compostaggio e trasformare in energia 50 mila tonnellate all’anno di biomasse».
E anche le proteine che vengono dal mare possono essere sostenibili, spiega Angelo Guidi, Direttore Ricerca e Sviluppo di Medusa: «La scienza applicata alla pesca, che è un’attività predatoria, è micidiale. Inseguire con le tonnare volanti guidate dal satellite il tonno rosso l’ha portato vicino all’estinzione. Ma la scienza si riscatta con l’aquacoltura, che permette di allevare le specie più pregiate. Non senza qualche svantaggio, uno per tutti l’inquinamento delle acque: ma la ricerca ci può aiutare sviluppando mangimi a minor impatto ambientale».

In conclusione, dove va l’agricoltura?
Dell’agricoltura non possiamo fare a meno: «L’agricoltura è ancora il pacificatore dei problemi globali» dice Mario Guidi, da qualche mese presidente di Confagricoltura. «Certo ci sono problemi aperti, come il neocolonialismo agricolo, fatto di fondi sovrani che comprano all’estero terreni per coltivare cibo. L’auto-approvvigionamento invece è una priorità, non possiamo delegare altri a produrre il nostro cibo, chiudendoci in una nicchia. E in futuro ci vorrà sempre più agricoltura: non è l’agricoltura ad essere in crisi, in crisi sono le nostre aziende agricole». La produzione di cibo deve vedersela anche con la concorrenza dei biocarburanti, un settore in crescita tumultuosa: l’assessore all’Agricoltura della Provincia di Cremona Gianluca Pinotti racconta le prospettive della sua regione, che con il 15% circa dell’estensione agricola dedicata alla produzione di biogas ed energia è la più “gasata” d’Italia. «Ci vuole una visione di dove si sta andando», dice. «Negli anni passati, si pagavano gli agricoltori perché non coltivassero. Oggi integrano il reddito col biogas, una fonte rinnovabile preziosa che apre anche dei problemi nuovi, per esempio l’aumento dei costi degli affitti agricoli». A proposito di biocarburanti Giuseppe Fano, Corporate Director di Mossi&Ghisolfi, una “multinazionale tascabile”, maggior produttore italiano di bioetanolo, che può sostituire la benzina nell’autotrazione, offre visioni affascinanti: «Il nostro intento è riportare la chimica nazionale alla ribalta producendo biocarburanti» dice. «Grazie alla ricerca, possiamo sfruttare i terreni lasciati incolti perché non interessanti alla produzione di cibo o mangimi. Potremmo riuscire ad ottenere abbastanza carburante agricolo per alimentare le automobili di tutta Italia usando solo una parte di questi terreni abbandonati». Sergi Vizoso, country manager divisione Agro di Basf, tira le fila sulle diatribe tra Ogm si, Ogm no, agricoltura intensiva o agricoltura tradizionale, bio o non bio, dicendo: «Noi mettiamo a disposizione degli agricoltori i prodotti migliori, dal transgenico al biologico. E non forziamo nessuno a scegliere: diciamo agli agricoltori “Io ho questa soluzione, sta a te decidere se e come usarla, a seconda del tuo modello di business”». E ricorda come si possa far bene all’ambiente con poco, anche solo con «una nuova confezione che abbiamo sviluppato per i nostri prodotti liquidi, che ha un impatto ambientale molto, molto più basso di quella che usavamo prima».
A conclusione di questo lungo viaggio nell’agricoltura moderna il presidente di Assosementi Paolo Marchesini torna là dove tutto era cominciato, a quanta scienza ci sia in un chicco di grano: «Per nutrire il pianeta bisogna innalzare il livello della produttività anche grazie all’innovazione delle sementi» dice. «Ma Il lavoro di noi che sviluppiamo i nuovi semi è difficilissimo, perché per arrivare sul mercato ci occorrono 10-15 anni. E quindi dobbiamo immaginare oggi cosa ci chiederanno gli agricoltori nel 2022».


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